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Oliocrazia ed oliogarchia

Si è talmente immersi nel gossip politico quotidiano che, spesso, ci si dimentica di far ragionare la testa e di porsi delle domande elementari. La questione “petrolifera”, se così vogliamo pomposamente chiamarla, (e non parliamo di scandalo o d’inopportunità) non parte da una constatazione di fatto, ma dalla generale ignoranza della questione.

Quanto abbiamo di riserve di gas? Quanto si suppone che vi sia nelle aree energetiche del Paese?  Nessuno lo sa o, meglio, le statistiche del settore sono ignorate. Su questo mistero per quasi tutti si è innestata la privativa dell’ENI, ormai quasi secolare, che combatte gli altri operatori petroliferi, se non sono in accordo con esso. Il controllo sulle attività dell’ENI è affidato allo Stato, che si sa con quanta oculatezza e competenza agisce, tanto che gli uomini dell’ENI sono utilizzati, direttamente od indirettamente, come funzionari o dirigenti o consulenti del Governo. In buona sostanza, in Italia esiste un monopolio a favore dell’ENI che nessuno controlla davvero.

Abbiamo riserve nella pianura padana, in Lucania e nell’Adriatico. Lo sappiamo da decenni e le piattaforme petrolifere costellano la nostra costa adriatica. Molte fanno ricerche, altre sfruttano le risorse. Per un Paese privo d’ingenti risorse strategiche questa è una fortuna.

Una parte ”illuminata” del Paese non la considera tale.

Negli Stati Uniti, per decenni, si è preferito l’approvvigionamento dall’estero, considerando le proprie risorse una riserva strategica da cui attingere solo in caso di crisi energetica mondiale. Ora le cose sono cambiate, ma in Italia questa soluzione “elegante” per non far funzionare le piattaforme a preteso vantaggio dell’ambiente e del turismo, non è venuta in mente ad alcuno. Si contesta ciò che c’è, tanto per far politica. Nessuno, invece, si preoccupa del controllo sull’attività dell’ENI, quella palese e quella occulta. Sembra che non convenga ad alcuno.

In Lucania sono decenni che la stampa locale denuncia inquinamenti, tumori, difficoltà ambientali e sanitarie, ma la stampa regionale è inascoltata. Già è molto se riescono a pubblicare proteste e denunce. Personalmente, ne ho ricevute a decine. Ora, la magistratura si sveglia. Come il solito, là dove c’è il vuoto, qualcuno, alla fine, lo occupa. Il vuoto sono i Governi, tronfi, spocchiosi, gonfi di parole, di cui quello di Renzi è il formato per giovani: jeans nuovi e costosi con i buchi dietro e davanti.

Abbiamo scoperto di avere un Ministro fidanzato, la signora Guidi. La cosa è curiosa, perché il termine fidanzato è un po’ desueto. Ma va bene così. Se è fidanzata con un imprenditore, meglio ancora, ma non mi si venga a dire che tra fidanzati una raccomandazione od il passaggio di segreti avviene per telefono. O sono stupidi oppure ci sono ben altri luoghi, tra fidanzati, per confessarsi cose un po’ intime e magari riservate. Collusioni, complicità? È possibile, e le dimissioni della Guidi vanno in questo senso.

Un altro Ministro, la Boschi, è in mezzo a quest’affare. Coperta, senza malizia, dal Presidente del Consiglio, anche lei si assume la responsabilità di un emendamento cui tenevano molto i fidanzati, sacrificandosi alle 4 del mattino per inserire l’emendamento che avrebbe regalato qualche milione di dollari al fidanzato della Guidi, emendamento che era stato respinto dal Parlamento una settimana prima.

La cosa è suggestiva ed il sacrificio notturno della Boschi è commendevole, al punto che poi il nostro Renzi aggiunge che la responsabilità, invece, è tutta sua, perché lui quell’emendamento lo voleva a tutti i costi.

La Boschi è quella bella creatura che è uscita indenne dalla polemica su suo padre, vice presidente della Banca Etruria, perché al Consiglio dei Ministri in cui si discuteva della liquidazione della Banca, lei non era presente. Quindi, non si poteva dire che avesse influito sulla decisione governativa, come se non ci fosse il telefono per raggiungere luoghi e personequando non si può partecipare ad un incontro!

La Tampa Rossa è un altro mistero. La Total, in combutta con l’Eni, ha bisogno di quell’emendamento per usufruire del petrolio lucano. Ma chi lo raffina? In Lucania, che si sappia, raffinerie non ce ne sono. Mistero. Per portarlo, poi, occorrono un oleodotto oppure una fila di autobotti. Non se ne parla. Forse il quadro sarà più chiaro grazie alla magistratura, ma perché il Governo non fa quello che in una tale situazione dovrebbe fare?

Poi c’è la questione del referendum sulle trivelle. Nessuno ne sa niente, ma andiamo a votare lo stesso, con la competenza dell’ignorante. Come il solito, se dice sì si vota no e viceversa. Misteri dell’ambiguità italiana. La confusione è totale, perché gli schieramenti politici (ma che c’entra la politica?) sono divisi tra loro e dentro di loro.

Il nostro Presidente, che è un democratico di razza fine, ha preso la sua decisione: non andate a votare. Un bell’esempio di democrazia. D’altro canto, è coerente con le sue idee sulla volontà popolare: sciolti i Consigli provinciali, si procede per nomine, al futuro Senato, secondo lui, solo nominati dalle Regioni, al nuovo Parlamento, il 60% di nominati. Così farà le sue vendette contro i D’Alema, i Bersani, i Cuperlo e così via. Un affare squisitamente democratico. Al referendum, non andate a votare. Ci penso io per voi. D’altro canto, il nostro pifferaio non è stato eletto da nessuno.

Questa è una vergogna, come le tante altre di un signorotto di provincia che elargisce donativi ai suoi fedeli: i famosi 80 euro a chi lavorava, gli altri 80 euro agli studenti, adesso altri 80 euro ai pensionati meno abbienti. Ma non s’è sempre detto che gli interventi a pioggia aggravano il bilancio e non servono a nulla? Perché, invece, non si pone mano alla riduzione delle pensioni più ricche (vitalizi ed altro), e non si aumentano stabilmente le pensioni più miserande?

Delle riforme annunciate e mai fatte o mal fatte abbiamo la nausea. Il Governo è ormai sul letto dell’agonizzante. Questa farsa rumorosa che inneggia al nuovo che non c’è ed è costellata di scandali, d’inchieste giudiziarie e di malaffare deve finire.

Qualcuno dice: se non c’è più Renzi, chi ci mettiamo al suo posto? Francamente, è una preoccupazione inesistente, anche se il panorama politico non dà speranze, ma almeno, la facciamo finita con questo imbonitore da piazza.

 

 

Roma, 6 aprile 2016.

 

 

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