L’irrazionalità della democrazia

Nell’infittirsi dei commenti, dopo il referendum britannico, alcune considerazioni sembrano emergere con chiarezza, al di là dalle ipotesi negative già scontate.

Il Regno Unito è profondamente diviso e la parte che ha perso contesta duramente il risultato, non perché non sia stato democraticamente ottenuto, ma perché il risultato sembra essere suicida.

Dalle analisi post elettorali hanno vinto gli aristocratici, i poveri dell’upper class, gli anziani e le campagne, tutti legati a una gloriosa tradizione d’isolamento. Hanno perso i giovani, la middle class, gli imprenditori e gli uomini d’affari. In pratica, ha vinto il passato, non il futuro, la provincia e non la città. Gli effetti di questa spaccatura si fanno già sentire. In un giorno sono state raccolte già un milione di firme per chiedere un nuovo referendum. Operazione difficile ma non impossibile, se sarà accompagnata da altre iniziative di cui si parla.

Nell’Unione Europea, tanto vilipesa da noi, vorrebbe restare la città di Londra.  Difficile dire, al momento, come: sarebbe un altro pateracchio fra i molti che hanno caratterizzato la partecipazione britannica all’Unione.

In Scozia si prospetta a breve un nuovo referendum per ottenere definitivamente l’indipendenza ed aderire autonomamente all’Unione. Qui le prospettive sono molto meno incerte.

Nell’Irlanda del Nord, a maggioranza protestante, reduce da più di un decennio di scontri sanguinosi fra cattolici e protestanti, si sta profilando una situazione curiosa. Non essendo indipendenti e volendo restare nell’Unione, l’unica soluzione potrebbe essere quella di passare armi e bagagli con il Governo di Dublino, eliminando ogni presenza inglese nell’isola. Anche qui, si tratta di una minaccia molto seria, anche se non d’immediata realizzazione.

Indubbiamente, il risultato di queste elezioni ha generato un quadro molto confuso. A ciò si aggiunga che l’economia rischia di sprofondare se, come sembra, molte società americane di stanza nel Regno Unito si stanno già spostando verso l’Europa.

Quello che è paradossale è che la campagna elettorale si è incattivita sul problema dell’immigrazione, in un Paese che, come isola, è stato solo sfiorato dall’ondata degli immigrati che ha invaso i Paesi del Mediterraneo e che, da almeno due secoli, grazie alla cittadinanza britannica del Commonwealth, è pieno di Indiani, Nigeriani, Caraibici ed Africani.

Almeno a prima vista, questo referendum è stato un suicidio democratico per il Paese ed uno sconquasso per l’intera economia planetaria. Questa situazione confusa dovrà trovare uno sbocco, non tanto in borsa, dove sono sprofondati tutti i titoli, specie bancari, ad eccezione di quelli sui beni rifugio, ma politica. In tre ore sono stati bruciati 650 miliardi di euro per non pagare 10 miliardi all’anno di contributo all’Unione. Un bell’affare.

L’Europa stringe, vuole tempi corti ed una dichiarazione formale di secessione. Il Regno Unito, con un governo dimissionario e queste controtendenze, invece, non solo non ha fretta ma sembra che voglia guadagnare tempo, anche per capire e valutare l’entità del disastro in cui il referendum ha cacciato il Paese.

Poi, c’è un’altra considerazione da fare. La secessione britannica ha messo in crisi il sistema comunitario. Questo è indubbio, ma può essere un’occasione importante per rimettere in carreggiata un’Europa allo sbando. Il paradosso è che mentre mezza Inghilterra rimpiange l’Europa di adesso, questa Europa, invece, deve cambiare, se vuole sopravvivere.

Il Regno Unito è sempre stato in una condizione speciale, un partner ambito e privilegiato, fino alla fine. Cameron, quest’anno, aveva ottenuto da Juncker condizioni ancora più speciali per salvare la “specificità” inglese, condizioni che non sono servite a nulla. In Europa non ci devono essere condizioni speciali. E’ stato un errore sin dalle origini, che non dovrà più ripetersi: regimi di transizione sì, ma alla fine, parità di diritti e di doveri. Cameron, correttamente, ha presentato le sue dimissioni. Juncker e la Commissione UE dovrebbero fare altrettanto.

Se l’Europa deve voltare pagina, e credo che su questo non possano esservi dubbi, anche i vertici devono cambiare. Il gioco delle burocrazie brussellesi e degli inciuci governativi, strizzando un occhio a Berlino ed uno a Parigi, genuflessi a Washington e con la faccia feroce a Mosca, deve finire. Questa è una responsabilità collettiva che coinvolge tutti i governi dei Paesi dell’Europa, ora a ventisette.

La spinta ideale è finita quando sono subentrati gli interessi di parte. Ventotene è lontana financo nella memoria dei più anziani. Forse si è andati pure troppo lontano, ma occorre parlare di nazione europea, di una potenza economica, politica, militare e diplomatica europea. E’ soprattutto un fatto culturale, che invece è rimasto indietro, rimuginando un passato di quasi un secolo fa. Se non c’Europa (oserei dire, purtroppo), non c’è speranza per nessuno: o sotto la Germania della Merkel o sotto la Russia di Putin.

L’America è lontana, un disastro politico ed un problema per i diritti civili, troppe armi e troppa violenza, un pessimo esempio. L’Europa è ancora una cosa diversa.

Rappezzare le cose con un triumvirato italo-franco-tedesco può essere un buon inizio, ma occorre coraggio, innovazione e senso del futuro. Di vertici ne abbiamo abbastanza, occorre decidere ed affrontare ciò che in Europa è rimasto sotto traccia.

 

 

Roma, 26 giugno 2016.

Roma, 26 giugno 2016.

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