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La bricchetta e la tempesta

14/01/2016

 

La bricchetta e la tempesta

(di Oeconomicus)

 

 

Un mio amico ha lasciato sul tavolo del mio studio un pacchetto di carta triturata (lunghezza 13 cm - altezza 8 cm e profondità 6,5 cm), accuratamente avvolto in una plastica trasparente, con sopra una scritta: Banca d’Italia. Bricchetta 100 €. Banconote triturate del valore di circa 65.000 €.Il tutto pesa, all’incirca, 650 gr.

Non c’è che dire, è un regalo insolito e grazioso, ma che mi fa riflettere.

Ho sempre sostenuto che la moneta si regge sulla fiducia collettiva, non si sa bene verso chi. La moneta è una convenzione da tutti universalmente accettata, ma questo non significa nulla. Anche il cielo e la pioggia, le foreste ed il mare sono universalmente accettati. Ma sono una realtà fisica. La moneta no.

Quando era ancorata al valore dell’oro poteva avere un significato reale. Ancorata poi al dollaro o ad un paniere di altre monete cosiddette “stabili”, espressione dell’economia reale di alcuni Paesi economicamente più forti, manteneva ancora un certo valore. Oggi, tutto questo non esiste più. È un bene che non ha proprietari, che sfugge a qualunque controllo, che si riproduce quando agli Stati serve, che circola nel mondo in quantità illimitata proprio perché si tratta di una realtà virtuale.

Questa realtà virtuale non è un pasticcio morfologico, ma un incubo crescente per l’economia reale. Che tutta l’economia planetaria sia affidata a questi pezzi di carta colorata, il cui valore dipende da un raffreddore di Putin o dalle efferatezze dell’Isis o dagli isterismi di Kim Yong-un, è un fatto da rabbrividire. A ben riflettere, la crisi valutaria dello yuan è solo l’aspetto più recente di una serie di squilibri che nasce proprio dal fatto che tutta l’economia mondiale gira attorno a questi pezzi di carta, simbolo di una ricchezza virtuale.

Addirittura, oggi, questa moneta cartacea non basta più e le transazioni si fanno con i titoli e derivati, tossici o meno. Uno Stato si può indebitare ben oltre il valore del proprio prodotto interno lordo. Chi pagherà, alla fine del ciclo, quando i crediti dovranno rientrare? Alla stampa della moneta s’è aggiunta la produzione di titoli rappresentativi di ricchezze presunte e tutta l’economia gira su queste due illusioni: che la cartamoneta abbia un valore reale e che ai titoli corrispondano realtà economiche ben definite.

Finché tutti staranno al gioco, andrà tutto bene, ma se qualcuno viene a vedere, crolla il castello di carte.Una tempesta monetaria si sta profilando all’orizzonte. Importanti analisti economici da qualche tempo sono in allarme. Il gigante Cina comincia a segnare colpi. Ambiente e consumi interni rallentano vistosamente a sua crescita. Le svalutazioni si succedono, miliardi vanno in fumo e ciò che accade in Cina si riflette sugli Stati Uniti e sull’intero pianeta.

Le tensioni mediorientali sono solo un assaggio di ciò che sta bollendo in pentola. Schierati sotto la bandiera saudita, quasi tutti i Paesi del Golfo, e financo la Somalia, hanno rotto i rapporti diplomatici con l’Iran.

L’Iran è la nuova potenza emergente e sta assumendo un ruolo dominante nel Golfo. Sdoganato dall’accordo nucleare con gli Stati Uniti, il governo iraniano si erge a protettore di tutti gli Sciiti e del regime siriano, in pieno accordo con la Russia. Ma questo è solo il contesto politico.

Il vero motore della crisi è la caduta dei prezzi petroliferi e la drastica riduzione delle risorse finanziarie arabe ed i minori introiti della Russia.

Il fatto è che l’economia mondiale non tiene, si riducono le produzioni ed il fattore energetico non è più determinante. Quei Paesi che non si sono strutturati su altri settori diversi da quelli del gas e del petrolio si trovano spiazzati. Solo gli Stati Uniti sono riusciti ad aumentare le loro riserve ed a tenere il prezzo, per quanto in costante discesa. Il flusso dei dollari si è arrestato e l’indebitamento grava sempre di più sulle economie dei Paesi produttori.

Inoltre, la massa dei dollari circolanti nel pianeta è come un fiume in piena, senza argini o destinazioni precise. Il Tesoro americano ha inondato il mercato mondiale di dollari, considerati valuta di riserva. Se questi dollari dovessero rientrare negli Stati Uniti vi sarebbe un’inflazione spaventosa. Non rientreranno, perché si scambiano con titoli speculativi a breve termine, nell’illusione che la tempesta finanziaria possa allontanarsi.

In realtà, questo volume di carta straccia, quando verrà il momento di pagare i debiti e l’insolvenza, metterà in crisi questo sistema fasullo di produzione di ricchezza inesistente.

L’abbiamo visto, in piccolo, con la Grecia: il fallimento di Atene avrebbe determinato una crisi grave, ma nulla in confronto a quella che potrebbe creare l’insolvenza della Cina o dell’India o del Giappone.

La crisi monetaria non è finita, checché ne dicano i soloni economici nostrani. Anzi, la tempesta si sta avvicinando. Una massa enorme di titoli vaga per il mondo in cerca di qualcuno che li paghi. Quando sarà chiaro che non saranno o che non potranno essere pagati, sarà inevitabile un conflitto per cercare di rimettere in sesto le cose.

La verità è che se 60 milioni di euro sono un pacchetto di coriandoli di 600 grammi, siamo vicini al carnevale delle monete di carta.

In più, l’idea di fare i pagamenti con moneta virtuale, tramite le carte di credito, aggiunge un tocco di surreale al mercato monetario. Non c’è più l’oro, non c’è più la carta, i titoli sono in discredito, la fiducia è solo nell’aria, virtuale, come un soffio di vento. Pagheremo tutto con il nulla.

 

 

Roma, 12 gennaio 2016.

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