L’accozzaglia

 

La scadenza delle elezioni referendarie pone alcuni problemi sul dopo. I genitori di un bambino disabile hanno la stessa preoccupazione degli Italiani per il loro immediato futuro. Dopo, cosa accadrà?

Sul terreno delle ipotesi è facile avventurarsi ma è difficile indovinare.

Immaginiamo che dopo il tambureggiamento elettorale vinca il SI. Indubbiamente, uno straccio di riforma tenderà a dare l’illusione di una partenza verso nuovi lidi.

Il governo Renzi ne risulterà notevolmente rafforzato e piamente si scivolerà verso le elezioni parlamentari alla data prevista per la scadenza. Naturalmente, occorrerà fare due cose: predisporre una legge elettorale modificata rispetto all’attuale ed una per il nuovo Senato, e preparare la legislazione attuativa conseguente alla riforma costituzionale.

Potrebbe essere anche possibile un rimpasto governativo, con l’inclusione del gruppo di Verdini.

Sul piano internazionale, soprattutto comunitario, Renzi avrebbe buon gioco a dimostrare che l’Italia fa le riforme e che il potere è saldo nelle sue mani. Un interlocutore rafforzato.

Se, invece, dovesse prevalere il NO, si aprirebbe una stagione diversa. Renzi potrebbe presentarsi dimissionario al Presidente della Repubblica che, a sua volta, potrebbe o sciogliere le Camere e indire nuove elezioni (ma con quale legge elettorale?) o riconfermarlo alla funzione di un Presidente del Consiglio ridimensionato, con l’incarico di gestire il periodo necessario per arrivare alla consultazione elettorale 2017, peraltro richiesta subito a gran voce dai vincitori del referendum.

Sul piano internazionale e comunitario, forse salirebbe ancora lo spread, qualche speculazione finanziaria si farebbe avanti, ma il disastro annunciato dai sostenitori del SI non ci sarebbe. Tutto resterebbe come ora. C’è stata una proposta ed è stata respinta.

In Colombia, dopo cinquant’anni di guerra civile, le parti si sono messe d’accordo ed hanno chiesto al popolo di esprimersi. Il referendum ha detto che il popolo non era d’accordo. Non è accaduta nessuna tragedia.In Inghilterra il Premier ha indetto la consultazione per la Brexit, convinto che gli Inglesi sarebbero stati favorevoli all’Unione europea, ed i risultati, invece, sono stati contrari a ciò che ci si aspettava. Non è accaduto il finimondo. Anzi, si è rafforzata la sterlina.Se pensiamo agli Stati Uniti, il disastro annunciato era la possibile ascesa di Trump. Trump ha vinto e la Borsa, invece, è salita.

Nella prima ipotesi, quella del SI, le forze di opposizione saranno schiacciate. La diaspora attuale sarà ancora più profonda e la cosiddetta destra o destra-centro finirà nel marasma politico. Ci saranno molti transfughi.

Se, invece, dovesse vincere il NO, la speranza di tornare al potere farà emergere l’inconciliabilità delle varie fazioni. Con un termine ingeneroso Renzi ha definito il gruppo dei suoi oppositori “un’accozzaglia”. Il termine non è sbagliato.

E’ difficile capire cosa possa esserci in comune tra la Sinistra italiana e Fratelli d’Italia, oppure tra Forza Italia e la Lega, tranne l’opposizione al governo Renzi e la speranza di farlo cadere. Caduto il governo, tornerebbero a disunirsi.

Le dichiarazioni di Berlusconi sono un po’ la cartina al tornasole del suo molto oscillante pensiero che, però, ha due punti fermi: nessuna primaria, perché il vincitore dovrebbe essere per acclamazione solo lui, e questo è rischioso, nessun successore perché, eventualmente, dovrebbe essere lui a designarlo. Con Previdi, Verdini, Alfano, Dell’Utri ha avuto la mano pesante. E’ meglio se non ci prova più. In realtà, teme la concorrenza, al punto da sconfessare anche il suo ultimo candidato alle elezioni milanesi, Parisi.

L’altro punto fermo è la sua ammirazione per Renzi, che considera un politico di razza, almeno come se stesso, tanto che, dopo il NO vincente, vorrebbe addirittura fare un accordo con lui. La nostalgia dell’insulso Patto del Nazzareno continua a tormentarlo.

Stupisce che, nell’ambito della cosiddetta Destra, si continui a dargli credito.

Esclusa Sinistra Italiana da un eventuale patto di destra, resta poca cosa: Forza Italia è ai minimi storici. L’illusione che con l'entrata in campo Berlusconi le cose cambierebbero, è dura a morire, ma è solo un’illusione. Del pari, l’illusione che l’accoppiata Lega-Fratelli d’Italia possa attirare la maggioranza dei consensi è altrettanto vana. Le variestrutture pseudo - partitiche con Toti, Fitto ed altri, possono solo avere una valenza locale, ma nulla più.Diciamolo pure, non c’è un’alternativa di destra.

A sinistra, le tensioni all’interno del PD esploderebbero ancora di più. Il fallimento del tentativo referendario di Renzi attizzerebbe quell’opposizione interna che rialzerebbe la testa, cercando di condizionarlo. Non mi sembra che Renzi sia tipo da condizionamenti. Inoltre, ha in mano l’arma delle nomine dei candidati per le prossime elezioni.

Resta fuori, al solito, la vera maggioranza, quella degli scontenti, degli stufi, degli indifferenti.

Grillo è in agguato. Se per qualche firma falsa si crede di mettere in crisi il movimento 5Stelle, ci si sbaglia di grosso. L’incertezza dell’accozzaglia favorirà ancora una volta il Movimento. La gente vuole facce nuove, perché s’illude che ciò significhi politica nuova. In verità, anche questo è un assunto tutto da dimostrare. Se a Parma e a Torino qualcosa funziona, a Roma, invece, non funziona affatto, e questo è un triste esempio di quanto sia difficile governare e di quanto possano essere forti i condizionamenti del sistema occulto che governa il Paese.

Parliamo sempre di governo, ma il governo vero del Paese non è quello di Palazzo Chigi. E’ quello delle banche, disastrate ma intoccabili, della mafia, onnipresente, della rete di corruttela che avvolge l’intero Paese, una carta moschicida fatale.

Tutte queste forze politiche devono tenere conto di questa realtà che non riescono a modificare, o perché le hanno generate o perché ne sono complici o parassiti.In conclusione, i veri disastri saranno dopo le elezioni politiche. Adesso, c’è solo una preparazione diartiglieria.

Gira voce che Renzi starebbe per fare un colpo grosso: presentare al Capo dello Stato le dimissioni del Governo due giorni prima del referendum, per spiazzare il NO che vede in lui l’obiettivo primario da abbattere.

 In tal modo, si tira fuori dalla mischia. Sarebbe un gesto palesemente irresponsabile, ma forse è solo una voce.

 

 

Roma, 20 novembre 2016.

 

 

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