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Malinconica Europa

20/01/2017

 

Fra pochi giorni Trump sarà il nuovo presidente degli Stati Uniti. Ci attendono molte novità se darà seguito a provvedimenti conseguenti alle sue dichiarazioni elettorali. Già si profila un incontro Putin – Trump, che potrebbe segnare una svolta nelle relazioni russo-americane. È probabile, poi, che a questo ne segua un altro, non ravvicinato, cino-americano.

I tre Grandi del mondo potrebbero decidere i destini dell’intero pianeta, con una nuova Yalta.

Ci saranno, però, dei grandi assenti: l’India, l’Arabia Saudita, l’Iran, la Gran Bretagna ed Israele. Non so se si noterà l’assenza della Germania. Se la Germania non c’è, mancherà l’Europa che, d’altronde, esiste solo sulla carta.

L’Unione europea è alle soglie della dissoluzione. Non è colpa del suo Presidente, Juncker, anche se fa comodo a tutti colpevolizzare la Commissione europea che, in teoria, è il governo europeo. La colpa è degli Stati che la compongono, dei loro egoismi e dei loro interessi.

Digerire nello stomaco europeo gli ex Paesi dell’Est è stato un gravissimo errore. In misura diversa, oggi, quasi tutti sono all’opposizione, a partire dall’Ungheria. L’europeismo è in crisi, grazie alle critiche nei confronti dell’euro, che è stata l’unica realizzazione tangibile di un’unione economica. Gli anti europeisti crescono a valanga. È una moda, ormai, che un po’ tutti cercano di seguire. Ma l’antieuropeismo è l’anticamera della dissoluzione dell’Unione e del ritorno ai nazionalismi funesti che ci hanno regalato due guerre mondiali e centinaia di milioni di morti.

In realtà, gli anti europeisti dovrebbero essere “anti stati nazionali”, visto che la situazione in cui versa l’Unione europea è il frutto delle non decisioni degli Stati che la compongono.

Il disegno originario dei padri fondatori, dopo i disastri dell’ultimo conflitto mondiale, era quello di creare una comunità d’interessi sotto lo scudo della NATO. L’Unione economica doveva essere il prologo di un’unione politica che si è tentato di fare e che si è confrontata, inutilmente, con la non volontà degli Stati membri. Fallita l’unione politica, si è cercato, con quella monetaria, di trovare una mezza soluzione, senza pensare chefosse imprescindibile un’unione economico-finanziaria e fiscale. Non si può, solo con la moneta, fare politica economica.

Oggi l’Europa, con la Brexit da un canto ed il dissidio crescente, dall’altro, dei Paesi dell’Est europeo, è immobile, come un bisonte in corsa, fermato da frecce mortali. Cos’è oggi, l’Europa? Non c’è politica estera, non c’è politica della difesa, non c’è politica industriale. Solo chiacchiere e progetti che non si realizzano se non in modi complessi con risultati che il cittadino europeo non riesce a vedere.

Siamo ancora una grande potenza economica, ma non riusciamo ad esprimere nessuna politica, se non quella del bricolage.

La crisi europea, perché di questo si tratta, può essere anche l’avvio, od il ritorno, ad un vero federalismo europeo. Non c’è da farsi molte illusioni, ma un’Europa federale a sei o sette potrebbe essere un obiettivo ragionevole se qualcuno volesse proporla. La Costituzione americana, immutabile da secoli, governa cinquanta Stati diversi, con un gruppo di competenze federali, esclusive del governo centrale. Altri esempi si potrebbero fare, ma forse quello americano è il più significativo. In America la Costituzione regge un sistema. Perché non potrebbe essere altrettanto in Europa?

Ilvecchio continente ha una storia di conflitti sanguinosi che indussero a riflettere ed a proporre l’Unione di oggi, ma questo non basta più. Esistono due alternative credibili se si continua così: o una specie di dormiveglia, ma senza lo scudo americano, o si ritorna ai nazionalismi, aumentando ancora di più il livello di servaggio complessivo nei confronti di Washington.

La sola possibilità credibile è quella di rimettere tutto a zero e disegnare un’Europa federale con una moneta, un esercito, un servizio di sicurezza, una politica fiscale federali. Sogni? Probabile, ma occorre guardare al futuro.

Il futuro probabile è che gli Stati Uniti ridimensionino il loro apporto alla NATO. Ciò significa che gli Stati europei dovrebbero provvedere alla loro difesa. Perché non dovrebbero farlo?

Se una delle condizioni di un eventuale accordo Putin-Trump fosse quella di lasciare le mani libere ai Russi sull’Ucraina, magari in cambio di un allentamento dei rapporti russi con la Turchia o con la Libia, i Paesi baltici, Polonia e Germania sarebbero i primi a temere le zampedell’orso russo. Attualmente, non c’è nessuna deterrenza politico-militare né comunitaria né nazionale.

In uno scenario che potrebbe essere diverso, la questione di un’eventuale base navale russa in Libia, dopo quelle di Latakia in Siria e di Gibuti in Africa, pone il problema del controllo dei mari, del Mediterraneo e dello Stretto di Suez. Non sono questioni remote, ma che c’interessano tutte molto da vicino, e non solo per gli sbarchi degli immigrati.

Un’altra questione fondamentale è quella del Mar Cinese Meridionale, dove passa il 70% del traffico mercantile mondiale. Cina e Stati Uniti sono ai ferri corti su questo problema, perché la Cina vuole controllare quel mare. Ma anche la Russia ed il Giappone sono coinvoltiin questa importante contesa. Dov’è l’Europa, in una controversia fondamentale anche per i nostri traffici? In Italia non se ne parla neppure.

Veniamo al Medio Oriente. Il pasticcio tragico siriano vede, ormai, un’America esautorata dal conflitto ed un Bashar Assad trionfante, da che lo si voleva abbattere. Ma il Medio Oriente non è la Siria, è anche l’Iran, l’Iraq, l’Arabia Saudita ed Israele. Non sarà facile la spartizione delle zone d’influenza.  Israele è la potenza regionale più importante, per capacità, per armamento, per tradizione. Ma è anche un pezzo d’Europa trapiantato in Palestina. Non lo si deve dimenticare. Dov’è un qualunque barlume di politica europea?

La sensazione dominante è che tutti i giochi siano fermi, in attesa delle prime mosse di Trump. Questa situazione di stallo si sbloccherà nei prossimi mesi. L’Unione europea oggi è un vuoto da riempire, o con le pretese russe o con la continuazione della supremazia americana. D’altro canto, non è neppure immaginabile un giro di valzer con Mosca, dopo la recente ed improvvida conferma delle sanzioni europee contro la Russia. E allora?

La crisi economica ha abbassato la cresta “politica” del continente europeo, che resta pur sempre un gigante dell’economia mondiale. La presidenza Trump avrà il merito di scoprire le carte e svelare il bluff europeo: fare affari con la protezione americana. Se questa cade, il tavolo da gioco va all’aria.

Abbiamo da qualche settimana un nuovo Ministro degli Esteri in Italia. Mi auguro che qualcuno gli ponga almeno una di queste domande e che qualcun altro ci rifletta sopra. L’Italia è in prima linea, nel Mediterraneo, non solo per raccogliere profughi o sostenere governi fantoccio, come in Libia. Come Paese, siamogeograficamente centrali nel dibattito mediterraneo, non certo politicamente.La geopolitica ha le sue regole. Sembra che per noi non esistano.

In Italia esiste un vuoto politico da troppi anni. Basta guardare i nostri giornali. Sono pieni di “Renzi sì – Renzi no”, “elezioni subito – elezioni dopo” come se questi fossero i problemi centrali del pianeta, mentre la stampa estera affronta temi ben diversi. La svolta che rappresenta Trump rischiadi sconvolgere i canoni di politica estera cui tradizionalmente erano abituati i Paesi europei.

Si può anche essere impreparati di fronte ad un cambiamento imprevisto, ma non incoscienti.

 

 

Roma, 16 gennaio 2017

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