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La resurrezione

 

A primarie concluse, Renzi torna, con pieni poteri, Segretario del PD. Era inevitabile né le candidature dei suoi avversari erano tali da mettere in dubbio il suo successo elettorale nel partito. Orlando era troppo serio per essere capito, Emiliano troppo incerto su cosa fare, prima oppositore e, poi, rientrato nella congrega. Due candidature sostanzialmente inutili.

Poiché il PD è il partito di maggioranza relativa, per Renzi è stato un successo importante, Può tornare a fare il Capo del Governo, con tanti saluti all’amico Gentiloni, Presidente transitorio, così come accadde per Letta. Buon sangue non mente, e ci troviamo Renzi, un’altra volta, a vedere le sue sceneggiate.

Il fallimento complessivo dell’azione di governo di Renzi non ha insegnato nulla né a lui né ai suoi elettori. La gente l’ha votato di meno, ma lo ha votato. Meglio un leader fallito che un non leader. Il popolo PD ha bisogno di un Capo, ealtri non ce n’erano.

Un velo d’ipocrisiae di falso savoir fairesi stende su tutto l’affare. Renzi ringrazia i suoi oppositori, i suoi oppositori gli assicurano che saranno fedeli, il partito si ricompatta attorno ad uno sconfitto che rientra vittorioso sulla scena. Ricorda i cento giorni di Napoleone o i trecento della repubblica di Salò. Ma poi finì male.

Si riaprono i giochi, nell’incertezza più totale. Avremo una legge elettorale? Sembra incredibile, ma che ci debba essere una legge nuova ogni volta che si vota, è un male antico. I pareri continuano ad essere discordi. La destra vuole una proporzionale con soglia di sbarramento e premio alle coalizioni. Renzi vuole un sistema maggioritario, gli altri non sanno quello che vogliono, ma lo vogliono subito.

La sorte del governo Gentiloni è appesa a un filo. È probabile che Renzi lo lasci cuocere nel suo brodo fino all’autunno. Si dovrà fare una finanziaria molto pesante e non gli conviene prendersene il carico. Tanto, comanda lui dietro alle quinte.

Il vero redde rationem saranno le prossime amministrative di giugno. Il voto delle amministrative è molto più serio di quello delle primarie. Dalla precedente tornata il PD, che si credeva trionfante, è uscito malamente sconfitto. Ora, cosa accadrà? Ancora non se ne parla, distratti fra inciuci e scandali, ma la risposta elettorale sarà importante.

Domenica prossima si voterà in Francia. Voterà meno gente che al primo turnoe il risultato è incerto. Tutti giurano che Macron sarà vincente, ma queste pseudo certezze mi ricordano quelle a favore della Clinton. Poi, invece, ha vinto Trump. Se Macron dovesse perdere, l’Italia ne avrà uno scossone molto forte. Una Le Pen che rimettesse in discussione frontiere, trattati e Unione europea creerebbe una situazione insopportabile per l’Italia, già giardino d’Europa e ora ghetto d’immigrati.

La questione dell’immigrazione pesa sempre di più come un macigno sulle testevuote dei nostri politici. Nessuna politica significa deserto e truffa, come pare che stia avvenendo. Con una Francia e un’Austria retrive alle nostre frontiere, continuiamo ad assorbire gente?

Un’ondata di buonismo sommerge il Paese, dal Papa alle Istituzioni (vedi Boldrini). Tutti sono aperti e molti ci mangiano sopra. Ma non si può continuare in questo modo, addossando ai Comuni responsabilità improprie o, nel peggiore e più frequente dei casi, a organizzazioni private fasulle che ci lucrano sopra. Quando Salvini tuona contro la nostra non politica e sbandiera i sette milioni e mezzo d’Italiani sotto alla soglia di povertà, ha ragione. Lo dice male, propone soluzioni avventate, ma in fondo ha ragione. Se spedissimo su barconi affollati i nostri miserabili sulle coste libiche, che succederebbe? Nella migliore delle ipotesi si parlerebbe di colonizzazione.

Non abbiamo una politica estera degna di questo nome, secondo una tradizione inveterata. Sul tema dell’immigrazione bisognerà darsi una mossa. Che cosa pensa in proposito l’ineffabile Renzi? Mistero. Al di là delle sue fantasie personali, 4,5 miliardi di euro per gli immigrati contro i 20 milioni per i nostri poveri non è solo un insulto, ma un suicidio politico.

Altri temi da affrontare sono imponenti: il primo è quello del lavoro, che non c’è, nonostante i vari tentativi, abortiti, di snellire le norme. Il costo del lavoro è troppo alto per tutti e non ci sono segni di cambiamento. Alla festa del 1° maggio c’è stato molto poco da festeggiare, con i casi Alitalia ed Almaviva. Il lavoro è la priorità principale. Se non si lavora non si mangia, se si fa lavoro nero si evade, se i consumi non decollano la questione, alla fine, è per la mancanza di lavoro.

Il secondo tema è quello degli investimenti. Tutti ne parlano, ma nessuno si chiede perché non decollano, né quelli privati né quelli esteri. Troppe regole, troppa burocrazia, troppi vincoli, troppa lentezza nella giustizia civile. Sulla complessità delle relazioni industriali prospera tutto un sottobosco legato alla politica che rende pressoché impossibile ogni iniziativa sensata. Basterebbe copiare le regole di quei Paesi che funzionano.

Infine, il sistema fiscale sta diventando un macigno che nessun terremoto fa smuovere. Se il paventato aumento dell’IVA dovesse diventare una realtà, diminuiranno ulteriormente i consumi e aumenteranno l’evasione e il lavoro nero. La strada per il precipizio è larga e diritta. Non ci sono gomme da neve sufficienti.

Nuovo o vecchio il governo che sia, immigrazione, lavoro e relazioni industriali, fiscalità, sono i nodi da sciogliere. Non bastano gli show televisivi o i talk showa rassicurare la gente.

Infine, resta l’incertezza del quadro europeo, ma non è colpa di alcuno. È inutile credere che da soli le cose andrebbero meglio. Già non contiamo molto, figurarsi se isolati.

 

 

Roma, 2 maggio 2017.

 

 

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