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La corda che si sfilaccia

 

 

           Il progresso nei consensi non continua all'infinito. A furia di tirare la corda o viene giù tutto o la corda si spezza. La Lega è a questo punto. Cresce nei consensi, ma fino a quando?

            Stare al governo con 5Stelle è stato utile e proficuo. Chi va con lo zoppo apprende a zoppicare, ma cammina sempre più svelto di lui. Però, tutto ha un limite.

            Le prime sfilacciature della corda cominciano ad apparire.

            Sulla questione degli emigranti è indubbio che c'è una battuta d'arresto. Non è grave, ma sintomatico. Gli sbarchi sono diminuiti ma continuano, le restituzioni ai Paesi d'origine sono praticamente inesistenti. Le ONG sono in fermento e ci mobilitano contro l'Europa benestante, egoista con se stessa e rigorosa con gli altri, umanitaria e cooperazionista, ma non a casa sua. Se, lasciati da soli, sbagliamo, il che è possibile, ma dov'è l'alternativa al sistema attuale? Però, poiché il problema esiste, e non solo per noi, prima o poi accadrà qualcosa.

            Il secondo sfilacciamento è a Strasburgo. La Lega ha fallito in tutto. L'ondata sovranista non ha sommerso nessuno. Il disegno, un po' peregrino, di un Gruppo parlamentare sovranista non è andato in porto. Era molto difficile che non abortisse. I vecchi padroni sono i nuovi padroni. Hanno solo cambiato sesso. Ma quel che è più grave è che non c'è nessuno della Lega ai posti di vertice. Anzi, alla presidenza del Parlamento c'è un italiano della sinistra! Una beffa, dopo tanto vociare.

            La terza sfilacciatura è la questione russa e il Savoini. Ha un bel dire Salvini che non ne sa nulla. Troppo poco. O è un ingenuo, o mente, e la cosa sarebbe grave comunque. La sua andata negli Stati Uniti a cosa è servita? A far capire che possiamo essere filo-russi e filo-americani allo stesso tempo, il solito ponte fra due realtà tra loro non conciliabili? Quanto potrebbe far comodo a Washington una simile ambiguità? Qualcuno pensa addirittura che sull'affare Savoini ci sia lo zampino della CIA, tanto per mettere in fase di stallo l'amicizia della Lega con la Russia di Putin.

            Che attorno ai partiti ci siano intrallazzi da tempi immemorabili lo sappiamo tutti. Senza riandare agli scandali giolittiani o della famiglia Ciano, basterà pensare ai finanziamenti americani alla DC, a quelli russi all'allora PC, fino alle prebende libiche. Che strillino le vergini inviolate del PD fa solo sorridere ma, comunque, il fatto è grave. Un chiarimento è necessario prima che la ruina incomba. Se la Lega voleva fare una botta di vita alla russa, almeno, doveva farlo senza microfoni.

            Si profila, poi, la quarta sfilacciatura, sempre a Bruxelles, a proposito della nomina di un Commissario italiano. Ci spetta, ne perché tocca uno per Paese. La Germania vale quanto Malta, ma questa è la democrazia.

            Si sostiene che dobbiamo avere un portafoglio importante. Ce lo meritiamo? Forse sì, visto che l'ultimo, non importante, è stato assai deludente. Ma con chi? Il panorama è piuttosto desolante. Quale portafoglio? Si dice: quello della concorrenza. E' un portafoglio importante e può dar fastidio a tanta gente e, quindi, è un centro di potere. Saremmo in grado di esercitarlo con la dovuta perizia? Ricordiamoci che si è aperto un ampio scenario con la regolazione della concorrenza sul web e già Trump tuona contro le pesanti sanzioni decise da Bruxelles nei confronti di Facebook. Un impegno non da poco.

            Il nome del Commissario lo decide il governo, il portafoglio da affidargli no. Lo fa il Presidente della Commissione.

            Ora, la Ursula von der Leyden è stata eletta con soli otto voti di maggioranza. Pochi, un'elezione risicata, perché la Lega le ha votato contro. Un colpo da maestro. Se continua così si capisce perché Salvini è contro l'Europa, perché non la capisce. Sperare che ora la Ursula accetti un candidato italiano proposto da una Lega che ha votato contro di lei è immaginare una S. Ursula e non  l'ex Ministro della Difesa della Germania della Merkel.

            I 5Stelle hanno votato per lei. Un'altra discrasia tanto per far vedere che  abbiamo in giro un governo bifronte.

            La rottura del patto giallo-verde potrebbe aprire la porta alle elezioni. Ci vogliono settanta giorni prima di farle, cioè i tempi sono strettissimi se si ha intenzione di andare a settembre.

            Salvini teme che, invece d'indire le elezioni, Mattarella si orienti verso un governo “tecnico”, magari affidando l'incarico “libero”, proprio a Conte. Ci sarebbe da ridere. Non sarebbe gradito a molti. Ma è un'incognita pericolosa.

            Se si va alle elezioni, la Lega potrebbe raccogliere ancora consensi importanti e con l'FDI raggiungere la maggioranza.

            5Stelle potrebbe subire un altro tracollo, riducendo di parecchio la propria rappresentanza parlamentare. Per questo Di Maio cerca di traccheggiare.

            Le opposizioni esulterebbero, a parole, ma le elezioni le troverebbero del tutto impreparate.

            Forza Italia è in disfacimento progressivo e Toti cerca alleanze per un suo gruppo, magari con FDI.

            Il PD è ancora in mezzo al guado e Renzi è su un'isoletta sperduta in mare, come Napoleone all'isola d'Elba. Anche Zingaretti ha bisogno di tempo: assemblee, plenarie e quant'altro, secondo i vecchi riti della sinistra. Ha un bel dire che bisogna rinnovare tutto e placare i dissensi all'interno. Non farebbe in tempo, sono troppi. L'elettorato, poi, fiuta l'incertezza e l'ambiguità e se ne discosta.

            In conclusione, se Salvini riesce a convincere che sull'affare russo non c'entra per nulla, è probabile che tiri la corda e si vada alle elezioni. Se non ci riesce, i consensi caleranno e, allora, dovrà tirare a campare pure lui e far buon gioco a 5Stelle, che farà un respiro di sollievo.

            Le prossime settimane saranno decisive.

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