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  • Writer's pictureStelio W. Venceslai

Aristide, detto il Grullo, elettore



La preparazione alle elezioni europee procede, in Italia, con i consueti ammiccamenti sul tavolo dei concorrenti.

Primo atto: ognuno guarda nel piatto dell’altro. Si presenta o non si presenta? Tutti, in primis, hanno risposto di no. Chi si presenta alle elezioni, se eletto, dovrebbe andare a votare e a lavorare al Parlamento di Strasburgo. Bella città, piena di storia, con buona cucina francese, crocevia d’Europa, vetrina dei Ventisette, però…

Tutte belle storie, ma l’Italia è l’Italia e io sto a casa mia. Ci saranno pure i miei avversari politici, ma chi se ne frega! Pasta e pizza: minimo comun denominatore, il vero collante politico.

Si proclama solennemente il principio che chi sarà eletto dovrà fare il parlamentare europeo. Non potrà avere due incarichi, uno in Europa e uno a casa. Giustissimo.

Risposta all’italiana, dopo lunga meditazione: se mi faccio eleggere e poi mi ritiro, può sostituirmi un altro. Che male c’è? Intanto, prendo voti. Io sono noto e l’altro meno o per nulla, ma agirà come mio rappresentante. E poi, più voti prendo io, più è forte il mio partito in Italia.

Orrore, gridano i puristi. Così si tradisce l’elettore che ha avuto fiducia in te! È una questione morale! Non si può truffare l’elettorato. Risposta: l’elettore ama me e non gliene importa nulla né dell’Europa né del mio sostituto. Fine del primo atto

Secondo atto: che farà, Conte, l’avvocato del popolo? Si presenta? Quello aspira, da quando non è più Presidente del Consiglio. Se si candida alle europee prende un sacco di voti e spiazza il PD. Allora, candidiamo la Schlein. Non sarà “er mejo”, ma questa abbiamo e potrebbe stoppare Conte. Riflessione e tormento.

A decisione sofferta presa: votate Schlein. Prima di stampare i manifesti, i mugugni arrivano, fortissimi: il PD è un partito vero, non un’accozzaglia di sprovveduti come ce l’ha Conte. Non possiamo essere il partito della Schlein. Abbiamo una storia, noi, siamo il partito dei lavoratori, degli operai, dei contadini etc. etc. Siamo un partito di idee (?), mica un‘azienda personale, alla Berlusconi.

La Schlein è costretta a ripensarci. Sarà candidata, se insiste, ma come tutti. Il PD resterà trionfalmente il PD di sempre (ahimé!).

La Lega, dal canto suo, da tempo s’identifica con Salvini, un po’ contestato perché anche nelle zucche dei leghisti è entrato il verme della contestazione. Da partito secessionista è diventato nazionalista e di destra, sempre sotto la sigla Salvini. Adesso, rischia davvero d’andare sotto. Occorre ravvivare il simbolo. Che c’è di meglio di Vannacci, ”il generale”? Lo contestano tutti (o quasi). Quindi, gli fanno pubblicità e la pubblicità porta voti.

Imbarchiamolo. È un soggetto pericoloso, ma se lo imbarchiamo come indipendente, mica ci sporchiamo le mani. L’importante è che porti voti. Amen.

Forza Italia, da sempre è il partito Mediaset-Berlusconi. L’omaggio al defunto resta sui manifesti. Se ci mettessero Antonio, il nome di Tajani, non lo voterebbe nessuno. Ve l’immaginate “votate Antonio”? Sembrerebbe d’essere a Piedigrotta. Amen anche qui.

Chi resta?

Renzi dice che non si candida, ma l’uomo è imprevedibile. In cuor suo aspira a fare il Presidente degli Stati Uniti o, almeno, l’Emiro. Ecco, la verità è che non ha mai pensato di fare il Pontefice. Troppo modesto. Però, gli piace correre. Quando c’è casino lui si ravviva. Quindi, non si può mai sapere. È il bello della diretta.

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Calenda giura che non è serio candidarsi per lasciare il posto a un altro, ma intanto si presenta anche lui. I voti sono voti e ne ha bisogno e, poi, la coerenza non è il suo forte. È come il pendolo, oscilla a destra e a sinistra. Aspetta un Galileo che lo inquadri.

Conte? Qui è il difficile: non riesce neppure a fare una lista decente di candidati. Ci si metterà anche lui? La cosa è ancora misteriosa. Vedremo.

Fratelli d’Italia, al suono dell’Inno di Mameli, compie la svolta di Pescara. Anche la Meloni si candida. Evviva! Trionferemo. Con un pizzico di civetteria (è pur sempre una donna) lei si concede al popolo: chiamatemi Giorgia. Va bene così, perché noi siamo vicini al popolo.

Insomma, non siamo alle elezioni europee ma a un concorso di bellezza. I principali leader di partito in Italia saranno candidati alle elezioni per Strasburgo. Ammirate lo slancio patriottico-europeista dei nostri politici. Poi, non ci andrà nessuno. E la truffa agli elettori? Non se ne parla più. Si presentano per l’Europa ma guardano all’Italia, ai fatti loro. E se fossero trombati? Non sogniamo, per carità!

Terzo atto: siamo tutti amici di vecchia data. Chiamami Elly, chiamami generale, chiamami Giorgia. Potremo votare così, per nome, come alla pallavolo: “Giorgia”, oppure “il generale”, e basterà, perché il voto è valido.

Questa confidenza mi dà fastidio, ma io sono dei vecchi tempi, quelli del Lei e quelli del Voi dei nostri nonni. Non mi piace questa confidenza. Finisce che mi fotografano accanto a un amico sconosciuto con un braccio sulla spalla. Poi si scopre che quello è un delinquente. Ma chi lo conosce? Mi dà del tu, ma ormai, alla meglio, nobilitiamoci, è il tu latino o lo you anglosassone.

Andiamo, andremo a votare. Elly o Giorgia? Perché tutta questa baracca, alla fine, è un duello a due.

Quarto atto: parliamo di programmi: zero. La Schlein, con una felice intuizione, commentando l’assise di FdI a Pescara, ha detto che il programma di quel partito è Giorgia.

Lei non può dire lo stesso, purtroppo.

Il fatto è che nessuno, insisto, nessuno, ha in mente cosa vorrà fare o proporre a Strasburgo. Al solito, saranno al ricasco degli altri.

Aristide, detto il Grullo, elettore, voterà alla cieca, se voterà.

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