• Stelio W Venceslai

Disegni strategici e conati di partito

Nella testa di Draghi c’è un disegno. Può riuscire come non riuscire, ma ha un senso comune. Italia e Turchia sono due avamposti molto importanti nel Mediterraneo. Manca la Spagna per chiudere il cerchio, ma forse non tarderà ad aggiungersi ai due. Strategicamente, questa mossa mette sotto protettorato europeo tutto il resto, dai traffici navali all’immigrazione, dalla rotta petrolifera a quella dei cereali, dalle velleità russo-egiziane ai controlli internazionali antidroga. A fronte di questo disegno, in Italia, il caos politico e la mancanza di idee si evidenziano, appunto, nell’impotenza dei partiti. Nei limiti del possibile, Draghi punta all’autosufficienza, energetica e alimentare, alla sicurezza e al coordinamento militare internazionale. I partiti che lo sostengono guardano solo alle elezioni.

Già: le elezioni, un rischio comune per tutti. Il nuovo assetto del prossimo Parlamento mette in crisi il precedente sistema. Sarà una battaglia assai aspra nella quale, finora, mancano le regole: quale sarà la legge elettorale?

Stando ai sondaggi, sembrerebbe che i due partiti più importanti risulteranno essere Fratelli d’Italia e il PD, la Meloni e Letta. Tutti gli altri dovrebbero avere degli sbandamenti significativi.

Il rischio che la Meloni possa davvero essere maggioritaria mette in fibrillazione tutti gli altri, specie i suoi compagni di strada, la Lega di Salvini e Forza Italia di Tajani (Berlusconi di fatto, è fuori gioco). Teoricamente, una Meloni sovranista, pochissimo europeista, apparentemente populista, pseudo liberista ma stato-capitalista, con una sua classe dirigente piuttosto raffazzonata e con alleanze ambigue nell’estrema destra, non è rassicurante.

Immaginare un’Italia sola, libera e indipendente, è un’utopia pericolosa. Nessuno è libero, in questo mondo, dai vincoli del sistema: un vaso di coccio fra vasi di ferro. Una navigazione procellosa verso il disastro.

I suoi riottosi compagni di strada sono in declino. La Lega, dopo le disastrose acrobazie politiche di Salvini, non fa altro che perdere i consensi. Il suo leader, dopo il clamoroso abbandono del governo giallo-verde, non ne ha imbroccata una: una disfatta dopo l’altra. Boria e vuotaggine tante, ma i risultati sono stati tutti negativi. Appiattito su Draghi, medita riscosse, un Don Chisciotte tardivo in salsa lombarda.

Forza Italia è costantemente in calo, come il the nelle tazzine di porcellana offerto alle vecchie signore all’ora del merletto. Non è più una forza significativa. Si aggrappa alle presunte glorie del Presidente eterno (come nella Corea del Nord), un Berlusconi un po’ imbambolato dall’età, dagli acciacchi e dalle disavventure giudiziarie. Come riempitivo va bene, ma non dà sapore al condimento. Se il meglio è Tajani, figurarsi il resto.

L’alternativa alla Meloni è il Pd, cioè Letta. In realtà non è un’alternativa, perché il Pd è al governo da cinque secoli, con compagni di viaggio tra i più diversi e con un’eredità pluridecennale di cose malfatte oppure solo annunciate e poi rimaste nel limbo.

Anche Letta, come Salvini, in genere le ha sbagliate tutte. Tanto per citare le ultime, si è appoggiato a 5Stelle e il Movimento è franato, ha proposto “il campo largo” e anche Prodi, l’icona massima della sinistra, ha sentenziato che non è un’ipotesi praticabile dopo la dipartita di Di Maio dal Movimento. Il fatto è che della gente di 5Stelle non ci si può fidare: troppo velleitari, troppo banderuole e, soprattutto, troppo ignoranti.

A fronte del disegno strategico di Draghi ci sono le convulsioni di Conte. Dimezzato dall’uscita di Di Maio, con uno straccio di partito in continua ebollizione, Conte crede ancora di essere (e si comporta) il leader del partito di maggioranza relativa, ma non è più così. Scalpita, non si capisce bene cosa voglia, ma lo vuole subito. Minaccia di non votare la fiducia al governo se si mettono a rischio il reddito di cittadinanza (ricordate Di Maio che dal balcone gridava al popolo: abbiamo sconfitto la povertà?) e un‘altra perla del Movimento, il rifiuto degli incineratori a Roma per tentare di risolvere il problema dell’immondizia.

Conte, infatti, è un duro. Sui principi non molla ma ha il cuore tenero: minaccia l’uscita dal governo ma promette l’appoggio esterno. E allora? Ma che razza di buffonata è? La stessa per la quale al governo di 5Stelle andavano bene tutti, la Lega e il PD e l’ammucchiata finale, purché lui ne fosse il Presidente, lui, “l’avvocato del popolo.”

Se Draghi fosse un maleducato, taglierebbe corto e gli direbbe “Grazie dell’offerta, ma forse è meglio se mi dimetto, sciogliamo le Camere e domani si vota. Così vediamo quanto conti tu.”

Ma Draghi non è un maleducato e ha una notevole scorta di pazienza. Fra le molte cose serie di cui deve occuparsi in questo frangente, un po’ di sollazzo ci vuole e va bene anche Conte. Non succederà nulla, all’insegna dell’epidemia crescente, del taglio delle forniture energetiche, della crisi idrica, dell’economia prossima al collasso, della guerra che si trascina in Ucraina e di altre simili questioncelle di poco conto.

Cosa volete che sia un inceneritore in più o in meno? Non è una questione di Stato, ma è appunto l’unica in cui i 5Stelle rimasti possono dire qualcosa, credendo di saperne più di tutti gli altri.

Aspettando le elezioni ne vedremo di tutti colori, magari un’accoppiata Renzi-Meloni-Di Maio.