• Stelio W Venceslai

Il nuovo mondo


Non credo che la terra sia piatta. Sono convinto che gli Americani siano andati sulla Luna. Non sono né vegano né anoressico (anzi!). Sono convinto che la pandemia sia un problema molto serio e non riesco a capire i no-vac. Ciò detto, mi considero nella media delle persone di buon senso. Però...

C’è un nuovo mondo attorno a noi. Non mi piace, ma ne avverto la stretta soffocante da anni.

Gli Stati non sono più i garanti delle libertà costituzionali e dei relativi diritti sui quali sono stati costruiti.

Nuovi poteri non controllati da alcuno emergono, ben più forti degli Stati stessi, da cui siamo tutti condizionati. Apriamo gli occhi per vedere cosa accade.


1 - Le multinazionali economiche.

Le multinazionali economiche, in genere di origine britannica o americana, all’inizio avevano carattere settoriale: materie prime agricole, prodotti tropicali, mercato dell’oro, dei diamanti, del platino, dell’argento, dell’uranio e così via.

Poiché i Paesi del terzo e quarto mondo, all’epoca delle colonie, non erano in grado di commercializzare i loro prodotti e non lo sono tuttora, queste multinazionali provvedono a farlo. Si è così instaurata una specie di schiavitù agricola, con bassi prezzi alla produzione (i coltivatori o le cooperative agricole non hanno alternative) e prezzi da monopolio sul mercato internazionale.

Con il tempo, le multinazionali hanno esteso la loro attività anche al mondo delle materie prime non agricole (gas, petrolio, microchips, minerali, terre rare, prodotti farmaceutici). Su alcuni mercati (cereali, oro, diamanti) sono intervenuti in proprio anche alcuni Stati produttori (Usa, Canada, Venezuela, Iran, Federazione russa).

Il monopolio di fatto su tutti questi prodotti è uno strumento di coazione formidabile che può affamare un Paese e condizionarne la politica.

Ovviamente, le multinazionali hanno enormi risorse finanziarie e i loro rapporti si estendono alle altre multinazionali consorelle, quelle finanziarie


2 - Le multinazionali finanziarie.

Le multinazionali finanziarie rastrellano i titoli bancari e azionari, impadronendosi del controllo d’imprese più o meno interessanti, lucrano sulle differenze di cambio e di spread, si avvalgono spesso degli aiuti di Stato, speculano sul fallimento di alcune imprese, ne accorpano o ne vendono altre, in funzione esclusiva dei benefici sui loro bilanci. La spersonalizzazione dell’impresa favorisce l’acquisizione anche anonima o indiretta di quote di capitale dell’impresa stessa.

Come entità finanziarie private a carattere multinazionale, sono organizzate in funzione dell’ottimizzazione dei profitti e della minimizzazione dei costi. Si sottopongono alle regole internazionali e alle normative dello Stato in cui sono insediate finché queste convengano o proteggano i loro interessi. Altrimenti, si spostano altrove oppure investono risorse per cambiare tali norme, seconda il loro grado di convenienza economica.

Non fanno politica, fanno quattrini. Se per far quattrini occorre schierarsi, far politica, corrompere, si schiereranno, faranno politica e corromperanno. Il loro fine principale è il profitto. D’altro canto, il profitto non è un prodotto che interessi gli Stati né, è di per sé disdicevole o negativo, anche se ottenuto sfruttando situazioni di comodo.

In questo modo e con queste finalità, investendo risorse, comprando e vendendo titoli, sono diventate il motore dell’economia mondiale, sostituendosi alla politica economica del Paese dove sono insediate e non hanno bisogno dei voti di un elettorato da blandire per restare al potere.

In termini di potere economico, che si traduce spesso in potere politico, le multinazionali sono di gran lunga più importanti dell’insieme della maggior parte dei Paesi membri dell’ONU. In tal modo interferiscono, spesso anche pesantemente, sulla politica degli Stati. In termini finanziari, sono delle grandi potenze che detengono il controllo dei settori economici più importanti, se non vitali, di un Paese, fino al controllo dell’opinione pubblica mondiale tramite i social.

Pensate che, da soli, Amazon, Facebook e Google hanno la metà del fatturato pubblicitario di tutto il mondo. Tutto il nostro PNRR vale 36 miliardi di euro e Amazon ha fatturato, l’anno scorso, solo in Italia, 45 miliardi, senza pagare un euro di tasse!

In realtà, mentre gli Stati tradizionali hanno tra loro le frontiere - e, quindi, frequenti e magari conflittuali sono i rapporti tra loro - tra le multinazionali, se c’è un conflitto d’interessi, o si combattono (il che è difficile perché non conveniente) o trovano un accordo, alla stessa stregua degli Stati.

Sfuggendo a qualunque controllo, non sono tenute ad alcuna regola di diritto internazionale. Ciò comporta un effetto negativo nel mondo degli investimenti. Da operazioni volte a produrre beni o servizi, gli investimenti esteri delle multinazionali sono diventati controproducenti per l’economia di un Paese ospite, perché, non coinvolgendosi nei suoi problemi, rispondono a logiche diverse per cui investono o disinvestono a loro piacimento.

Le regole, interne e internazionali ci sarebbero, ma loro se ne infischiano. Se temono che le cose vadano male, chiudono bottega e burattini, licenziano in tronco il personale e se ne vanno. Resta lo Stato ospite a raccogliere i cocci, dopo averle in tutti i modi agevolate perché investissero nella sua economia.

A fronte dell’esistenza di queste nuove entità internazionali così profondamente influenti sul piano economico, gli Stati sono impotenti. È difficile identificarle, perché dirette da un board dove i finanzieri del mondo giocano a carte con l’economia planetaria e con la fame del sottosviluppo. Quando si dissociano da un tipo di politica praticata in un settore o in un Paese per farne un’altra, sono imprendibili, come i pirati in un mare aperto, dopo l’arrembaggio.


3 - La smaterializzazione degli Stati.

Tirate le somme ed escludendo quattro o cinque grandi Stati continenti, il complesso della cosiddetta Comunità internazionale vale poco e conta quasi nulla.

I mali del mondo sono sempre gli stessi. In più, è accaduto qualcosa che non era neppure immaginabile mezzo secolo fa: il governo del mondo non c’è ma nel vuoto esistente si è inserito un governo della finanza internazionale che condiziona tutti, anche i governi dei Paesi più importanti.

A rigore, non si tratta neppure di un governo, è un campo di golf dove cinque o sei magnati della finanza internazionale (gli incappucciati della finanza) si tirano le palline, cercando di conquistare la buca più vicina. Se qualcuno (uno Stato) li disturba mentre giocano, fanno in modo che il disturbatore non disturbi più o debba chiedere scusa. In questi ultimi decenni i rapporti di forze, quelli veri, si sono trasformati, grazie all’incapacità e alla non preveggenza delle classi politiche di fronte all’emergere di nuove realtà, come le conquiste della scienza e l’avvento di nuove potenze economiche trasnazionali: le multinazionali, appunto.

Gli Stati e la politica continuano a gingillarsi con i confini, con l’acquisizione o la perdita di territori, con le guerre commerciali, con il nazionalismo ottocentesco. È roba vecchia, da dittatorelli di provincia. Non significa più nulla.

Intendiamoci, guerre e dispute ce ne saranno sempre per gli appassionati e per gli allocchi. Ci siamo talmente abituati che qualcuno pensa, addirittura, che il gene della guerra ce l’abbiamo dentro. Se guardiamo appena indietro (cos’è un secolo nella storia del mondo?) vediamo centinaia di milioni di morti, devastazioni infinite, sofferenze a iosa. Per cosa? Per una bandiera uncinata o a stelle e strisce oppure con la stella gialla in campo rosso? Romanticherie omicide. A cosa sono serviti? A nulla. Russia, Cina, America (Germania): i problemi e gli assetti del mondo sono sempre là.

I tanti morti, le tante devastazioni sono solo banalità geopolitiche. L’adozione delle innovazioni dovrebbe, invece, metterci in allarme e cambiare il nostro il modo di pensare. Si può condizionare un popolo privandolo delle fonti d’acqua che gli sono necessarie; si può impoverire un Paese immettendo sul mercato prodotti a bassissimo costo, stampati da un computer, così da distruggergli il sistema industriale; si può avvelenare un’intera popolazione con agenti biochimici a basso costo; si possono fare cose neppure immaginabili solo vent’anni fa.

Ciò che si può fare e la sua pericolosità dipendono dal possesso della tecnologia necessaria. Il conflitto vero si è spostato nei laboratori di ricerca. La ricerca costa. Chi paga? Le grandi multinazionali possono farlo. Sono piene di quattrini e di complicità mafiose. Le multinazionali sono il nuovo monstrum della geopolitica.

Hanno il potere in mano, quello vero, non espresso dagli eserciti, dai missili, dai carri armati, dai sommergibili nucleari o dai diplomatici di un tempo con la feluca. Se vogliono, le multinazionali possono mettere a terra anche le grandi potenze. Queste si reggono perché alle multinazionali fanno comodo, servono da copertura fin quando non s’accorgeranno d’essere solo dei fantocci.

Gli Stati sono diventati marionette di figura, buoni per reprimere i disordini, pronti ad assumersi la responsabilità dell’inquinamento (non bisogna deprimere lo sviluppo industriale), delle guerre (un po’ di riduzione demografica fa bene), della crisi economica (che volete farci, è la congiuntura!). Ma sono fuori dal grande gioco, quello vero.

Il grande gioco è altrove, nelle mani di signori anonimi che non hanno speso un soldo per gestire gli affari degli altri ma che, per l’ignavia di Stati complici o stupidi, gestiscono le vite di tutti, del mercante come del povero indios, del soldatino di guardia come dell’impiegato di banca, dei giovanotti osannanti il nuovo idolo canoro o delle signore bene, preoccupate del colore che andrà di moda quest’anno.

Lo straordinario potere delle multinazionali finanziarie vive all’ombra degli Stati, penetra nelle comunicazioni, nei giochi di guerra, nelle confidenze amorose, nei gossip dei media, nelle borse metalli o negli affari agricoli, monopolizza l’energia e i fertilizzanti, insidia la libertà personale di ognuno.