• Stelio W Venceslai

La quarantena della politica

Il Covid ha messo in quarantena milioni di persone, non solo in Italia, ma in tutto il mondo. La variante Omicron si espande rapidamente, acuendo i problemi economici, psicologici e sociali del Paese. Siamo tutti ostaggi di un morbo inafferrabile, checché ne dicano gli addetti ai lavori. In Italia, dove tutto si riduce ai minimi termini, la vittima più importante della pandemia, a ben vedere, è la politica. Dopo l’avvento di Draghi i partiti politici si sono ridotti a delle ombre. I loro leader sono schiacciati dalla distanza siderale che li separa dall’attuale Presidente del Consiglio. Da un certo punto di vista è un bene: di fatto sono costretti ad assentire, ma dall’altro è male, perché sono evidenti la limitatezza delle loro idee, il loro spiccato provincialismo, l’inutilità del bilancino del farmacista e della lancetta del cerusico per spiegare le loro contorsioni mentali. Il tema dominante è quello della pandemia. Non potrebbe essere altrimenti, ma si balbetta sulle misure necessarie, senza grandi voli d’aquila. Draghi fa ciò che sembra necessario. Cos’altro dire? L’unica proposta “politica” che viene fuori è quella di ghettizzare i no-vac. Se fosse utile, si potrebbe anche condividere, ma è utile? Le idee continuano ad essere confuse, esposte di volta in volta con espressioni contraddittorie. I buonisti, perché ce ne sono anche in questo campo, sono smentiti dalla realtà: l’epidemia avanza, il contagio si diffonde, i morti aumentano.

Il tema successivo è quello delle imminenti elezioni per la nomina del nuovo Presidente della Repubblica. Nessuno sembra interessarsi della sorte del Paese, ma ognuno del tornaconto che gliene può venire. Anche Draghi.

Mattarella, è scontato, non ne vuol più sapere. Avrà le sue ragioni, sarà stanco, ma dei destini della patria, pur bene avendo fino ad ora operato, non gliene importa nulla. Avrebbe dovuto a suo tempo sciogliere il Parlamento, dopo l’approvazione della legge che riduceva di un terzo la rappresentanza nazionale, ma non l’ha fatto. Non s’è capito perché. Forse perché, in quel momento, avrebbe vinto la Destra. Ma questa è una ragione politica, non costituzionale e neppure di buon senso.

La conseguenza di questa decisione è un paradosso: un Parlamento imbelle e lacerato da divisioni e preoccupazioni elettorali, che non corrisponde più all’opinione di coloro che l’hanno eletto, si accinge a nominare un nuovo Presidente che durerà altri sette anni e governerà, in senso lato, su un Parlamento completamente diverso. Questa è una stortura non accettabile.

Coloro che sostengono questa tesi sono gli stessi che intendono restare in campo fino al termine della legislatura. Affari di bottega, non politici, lo sappiamo tutti. Non certo nell’interesse del buon governo e del Paese.

Draghi ha larvatamente fatto capire che è al servizio del Paese e che è un nonno. Non sono novità straordinarie. Che vuol dire? Come nonno non ha più ambizioni politiche o finanziarie? È al servizio del Paese? Draghi non viene dalla Suburra e la sua brillante carriera luminosa si è svolta sempre al servizio del Paese ora e della Banca Europea prima. Che significa questa dichiarazione sibillina? I commentatori politici si affannano a sostenere che avrebbe fatto capire che diventare Presidente della Repubblica non gli dispiacerebbe. Perbacco, non dispiacerebbe neppure a chi scrive.

Il fatto è che chi diventa “il Presidente” non può più governare come fa attualmente, nell’interesse del Paese. Chi potrebbe andare al suo posto? Un suo uomo? Impossibile perché, in quel momento, i partiti drizzerebbero la testa e vorrebbero proporre (ahimè!) i loro candidati. Altro che PNNR, con l’incapacità congenita di fare e la voracità che i partiti hanno dimostrato in questi anni!

Se Draghi, per ragioni misteriose, decidesse invece di restare a capo del governo, un nuovo Presidente e nuove elezioni lo sbalzerebbero di sella. Dovrebbe crearsi un partito tutto suo in fretta e furia per concorrere, con il suo gruppo, al nuovo Parlamento. Un nuovo Calenda? Ma chi glielo fa fare? Probabilmente avrebbe ben altre sponde europee o internazionali dove approdare. Non sono certo le prospettive quelle che gli mancano.

L’interesse del Paese quanto pesa, su questa alternativa?

Se in Italia il sistema politico fosse di tipo presidenziale (v. Francia, Regno Unito o Stati Uniti), il gioco sarebbe semplice: Draghi, un Presidente della Repubblica che è anche Capo del governo. Ma non è così. Ecco perché la situazione è delicata e complessa. A ciò si aggiunga che Draghi auspicherebbe un’elezione parlamentare massicciamente maggioritaria. Chi glie la garantisce, Letta, Salvini o Renzi?

La terza questione è quella economica. Il turismo, asse fondamentale dell’economia del Paese, è a pezzi. Anche se l’economia tira, ed è un miracolo, rispetto al pre-pandemia siamo ancora sotto di cinque punti del PIL di allora. La nostra ripresa è forte, ma non siamo tornati ai livelli di prima. Nessuno lo dice, ma è così. La nuova manovra apre e chiude i rubinetti del prelievo. È un gioco di bussolotti e di trasferimenti. Troppi bonus da concedere. Non sarebbe meglio ridurre il prelievo?

Dell’attuazione del PRRN non se ne parla. Forse si attende la scelta finale di Draghi, ma intanto, dove sono gli investimenti annunciati? In questo i Sindacati, reduci da una protesta inutile, hanno ragione. Se non s’investe, non c’è lavoro. È un dossier ancora molto riservato, se non segreto. A chi toccherà l’onere di rilanciare davvero l’economia nazionale?

Tutti i nodi stanno arrivando al pettine, comprese le candidature, spesso improponibili, di vecchi tromboni alla presidenza della Repubblica.

Il prossimo mese di febbraio ci darà delle risposte sconcertanti, ma, alla fine dei conti, sarebbe auspicabile un passaggio di Draghi al Quirinale, se l’uomo per caso non nutre altre ambizioni. Come Presidente del Consiglio rischia con le nuove elezioni di scomparire o di intrupparsi con i Letta, i Tajani, i Salvini e soci. Come Presidente della Repubblica sarebbe un limite invalicabile alle confuse sciocchezze dei politici nostrani.