• Stelio W. Venceslai

Nemo propheta in patria


Il Movimento 5Stelle è alla sua parabola finale. Una morte annunciata ma rinviata più volte. Vuole un funerale con i fiocchi, allietato dalla contemporanea scomparsa del governo Draghi.

Ce lo invidiano tutti, Draghi, ma nessuno ci invidia per i 5Stelle. Strano, eppure un motivo ci sarà. La crisi, latente, ma neppure tanto, è arrivata.

Non è quella del governo di cosiddetta unità nazionale e neppure quella di un Movimento che fu, inopinatamente, maggioritario alle ultime elezioni politiche.

La crisi è nella democrazia italiana il cui presupposto fondamentale è la partecipazione dei cittadini alla vita politica del Paese, partecipazione che sta progressivamente diminuendo. Alla fine, l’Italia sarà governata da una minoranza, il paradosso della democrazia.

La classe politica italiana è molto modesta e la conseguenza è stata l’ingovernabilità. Neppure Presidenti del Consiglio, mai eletti, ma chiamati al soglio dal Presidente della Repubblica sono stati in grado di mediare tra interessi di partito e ambizioni personali. Per questo l’avvento di Draghi al governo, su decisione di Mattarella, è sembrato tirare un sasso nella piccionaia, un corpo estraneo, attivo, nella sonnolenta palude del centrodestra e del centrosinistra.

Draghi è un alieno, un freddo e un concreto. Forse, non ha neppure ambizioni. Alla sua età, ha già fatto tutto. Ha troppa esperienza professionale, è troppo conosciuto nel mondo internazionale, si muove con disinvoltura tra i palazzi di Bruxelles ed è attore significativo nelle grandi assise internazionali. Soprattutto, è capito e apprezzato da chi conta. Non va bene per i modestissimi standard italiani.

C’è una distanza siderale fra Draghi e gli altri comprimari nel governo di unità nazionale, un’unità che nacque dalla diffusa consapevolezza di un’incapacità assoluta di governo. Ammassati tutti assieme, tranne qualcuno, i vari partiti del pantheon nazionale sono stati schiacciati da Draghi. I piccoli leaders non contano più nulla, salvo quando fanno dichiarazioni avventate o improprie, in genere di significato ovvio, alla Casini, tanto per intenderci.

In questa situazione, a parte la Meloni che è all’opposizione e ne trae benefici elettorali, solo Conte, il fortunoso rappresentante di quello che fu l’importante Movimento 5Stelle, ha reagito. Bisogna dargliene atto. L’emorragia di voti dei 5Stelle e la vacuità dei suoi orientamenti politici hanno disgregatola loro presunta compattezza. Fin dall’inizio, gli esodi sono stati importanti. La scissione di Di Maio ha fatto il resto. Da che erano maggioranza relativa, il gruppo che fa capo a Conte è diventato largamente minoritario. Che accadrà alle prossime elezioni?

La questione non è solo di voti, ma di sopravvivenza. Conte vuole cavalcare l’ala estremista, tallonato, forse, da Di Battista, l’anima originaria del Movimento. Se l’operazione non gli riesce, il Movimento rischia di scomparire e lui con esso. La rottura nella maggioranza che sostiene Draghi gli potrebbe fruttare consensi perduti.

Il pretesto è banale, addirittura assurdo, come assurde sono state molte posizioni del Movimento: è contrario alla costruzione di un termovalorizzatore a Roma. In questo, devo dire, ha il sostegno silenzioso dei cinghiali che campeggiano nell’Urbe e, anche loro, sono contrari alla distruzione della spazzatura. Se la cosa non fosse seria, verrebbe da ridere.

Il Paese è in una crisi gravissima, sia interna (l’inflazione e l’aumento dei tassi, lo spread, la siccità, la ripresa dell’epidemia, la disoccupazione, il grave problema dell’approvvigionamento energetico, la crisi dei consumi) sia esterna (il PNRR, la guerra in Ucraina, le sanzioni alla Russia che si ritorcono sull’Europa, la questione del gas e del grano, i nuovi assetti geopolitici mondiali e così via).

A fronte di tutto ciò, Conte pensa ai termovalorizzatori e a rappattumare un po’ di elettori. Non c’è che dire, come politico, ha una visione dei problemi del Paese molto particolare: lancia proclami, fa ultimatum ma resta aggrappato al governo con i suoi ministri. Vuole stare dentro ma avere la libertà di opporsi fuori, un po’ come la moglie ubriaca e la botte piena.

Mettiamoci nei panni di Draghi: non è una situazione accettabile. Giustamente dice che non accetta ricatti. Il governo deve essere libero non dimezzato, altrimenti, che governino altri. E qui cade l’asino, perché nessuno se la sente (forse neppure Conte) di prendere la barra del timone a pochi mesi dalla finanziaria, dagli spostamenti di bilancio e, soprattutto, dalle elezioni politiche.

Tecnicamente, Draghi ha la fiducia parlamentare per proseguire il suo mandato. Non a caso Mattarella lo ha rinviato alle Camere per una sua comunicazione cui seguirà (o forse no) un dibattito. Draghi è fermamente deciso a mandare educatamente al diavolo un po’ tutti, a partire da Conte.

Le pressioni si moltiplicano attorno a lui perché riveda le sue posizioni. Sono pressioni molto importanti. Si parla molto di responsabilità, specie da parte degli irresponsabili. Se Draghi resiste nel voler gettare la spugna, si profila il ritorno di vecchi tromboni (Amato, ad esempio), oppure occorre sciogliere il Parlamento e andare a nuove elezioni. Conte sarà contento di questa vittoria di Pirro. Mette il Paese in ginocchio e rischia di perdere altri voti.

Questa democrazia malata è in grave perdita di consensi: perde Letta un alleato (i 5 Stelle) che fu a suo tempo prezioso (altro che “campo largo”!), perde il centrosinistra che vede profilarsi una vittoria del centrodestra, perde, infine, anche quest’ultimo che, tutt’ora diviso, sarà costretto a confrontarsi con un Paese dissestato e stufo di equilibrismi che la gente non capisce.

Ma è soprattutto il nostro Paese a perdere la faccia, costringendo l’unico leader di statura internazionale di cui dispone a uscire di scena.

È proprio vero, nemopropheta in patria …