La dittatura


No, non c’è una dittatura in Italia. Non pensate che il nostro Renzi nutra ambizioni dittatoriali. Al massimo è un accentratore e, se può, si circonda di persone che conosce o che sono sue amiche. La dittatura è un’altra cosa: è quella in cui viviamo, un sistema di dittatura tutta speciale, non politica, ma sociale, strisciante al punto che non ce ne rendiamo neppure conto e che ogni giorno constatiamo senza battere ciglio.

La prima, in ordine d’importanza, è quella della Chiesa. Non parlo di quella di Papa Francesco, ma di quella chiesa diffusa ed immanente da secoli che fa sì che il verdetto delle autorità ecclesiastiche sia comunque importante, che conserva non il primato morale, ma il potere politico dei vescovi, che per scortare un santo morto in visita giubilare mobilita centinaia fra carabinieri e poliziotti e fa vietare lo spazio aereo lungo il percorso. La sua potenza è così grande che neppure la mafia la può imitare, tant’è vero che un elicottero non autorizzato volò a spargere fiori sulla salma d’un mafioso, a Roma, e nessuno intervenne. Che faceva la vigilanza aerea italiana, pregava?

La Chiesa è universale, in Italia. Tutti sono cristiani, dalla mafia ai politici, dalla magistratura ai giornalisti, dalle radiotelevisioni private e pubbliche alla gente comune. Forse non sono osservanti, ma un santino in tasca l’hanno tutti. Anche il PD. Tutto ciò ci sembra normale, ma non lo è.

La seconda è il sistema mafioso. Che si tratti di camorra, cosa nostra, sacra corona o ‘ndrangheta, poco conta. Il sistema permea il Paese, partendo dalla semplice raccomandazione innocente alla “segnalazione”, passando per gli appalti e per la corruzione spicciola. Quasi tutti hanno o cercano un protettore, qualcuno importante che possa agevolare, snellire, comprare, eleggere, infilare altri sudditi nella carne dello Stato o del sistema economico.

Gli scandali si susseguono agli scandali, a nord come a sud, in un’invarianza di luoghi che ci dà la misura della vera unità nazionale nell’inghippo. Basti pensare all’immondizia, un problema per i Comuni, una fortuna per la mafia. Si aprono inchieste, si moltiplicano i fascicoli, ma poco o nulla resta di tanta carta. Sono i fatti, in realtà, quelli che contano, e la corruzione dilaga. Tutto ciò ci sembra normale, ma non lo è.

La terza è quella televisiva. TV di Stato e TV private fanno a gara per addormentare il popolo con sciocchezze scarsamente inebrianti e ripetitive. Il modello americano è onnipresente, con le sue storie di violenza che fanno scuola, con i bagliori dei concorsi a premi e con le inchieste giallistiche che tengono desta l’attenzione. L’assuefazione ai delitti visti in televisione spinge ad efferatezze nella vita comune, in genere contro i deboli. E chi più di tutti ne paga lo scotto sono gli anziani e le donne. Ammazzamenti e trucidità fanno audience.

Altro che cultura, altro che “servizio pubblico!” Lo diventa solo perché così ci fanno pagare un canone odioso. Ci vuole coraggio a credere che Platinette che balla è un servizio pubblico. Riducono il canone, ma sommandolo alla bolletta dell’energia aumenta l’IVA. E’ un bell’esempio di menzogna truffaldina truccata da verità. La TV è una scuola d’immoralità costante o di servilismo politico. Siamo così perbenisti che vietiamo l’apertura di case da gioco, ma tutto il Paese gioca d’azzardo, a casa, in televisione, nelle tabaccherie, spende e s’impoverisce. Ma si “diverte”. Tutto ciò ci sembra normale, ma non lo è.

La quarta dittatura è la cultura dell’irresponsabilità. E’ talmente diffusa che non ci si fa nemmeno caso. Se proprio occorre perseguire qualcuno, sarà il commesso o il guardia portone. Sono sempre gli stracci quelli che vanno all’aria. La catena di comando non c’è, è irresponsabile per definizione. Non sono stato io, è sempre un altro, che poi non si trova, o è all’estero, o è immune, oppure è troppo potente perché lo si possa perseguire. Da Milano a Brindisi, da Genova ad Ancona, una rete di complicità, di compiacenze, di corruttele avvolge il Paese.

Prendiamo Roma, capitale d’Italia, caput mundi, madre del diritto. Il Comune gestisce, si fa per dire, 44.000 case. Da trenta, cinquant’anni, non riscuote canoni, non fa contratti, “prende atto” di pagamenti volontari di 50.00 euro, con l’aggiunta di qualche centesimo. Nessuno ha mai mosso un dito, né Sindaci, né Procuratori della Repubblica, né assessori. Ci voleva un Commissario di Governo per strappare la tela. Occhiuti vigili urbani per una multa in divieto di sosta scatenano l’Agenzia delle Entrate, ma per gli occupanti abusivi delle case del Comune non ci sono né vigili né messi comunali.

Dove sono i responsabili? O sono complici o sono imbecilli. Andrebbero cacciati a pedate, e quei politici che li hanno coperti o, addirittura, indotti a non fare, non dovrebbero mai più essere eletti.

Da tre anni due nostri marinai comandati a reprimere la pirateria sono bloccati in India per colpa di governi imbelli. In Sicilia s’inaugura a Natale un ponte che crolla a Capodanno. Dove sono i responsabili? Quali provvedimenti sono stati presi contro di loro? Il sistema bancario sta franando. Scommettiamo che le colpe sono del cassiere e dell’usciere dell’Etruria? Se un ladro entra in una casa per rubare e gli sparano, deve essere risarcito. Un condannato a pena definitiva dalla Cassazione per reati gravi, viene riassunto dalla Regione, perché ha rubato mentre era in congedo, non quando era in servizio. Tutto ciò ci sembra normale, ma non lo è.

Parliamo spesso di “eccellenze”, ma dove sono? Nei nostri giovani che, se possono, vanno all’estero. Gli altri ciondolano fra canzonette e droga, finché i genitori saranno in grado di pagare.

E poi?

Tutto ciò ci sembra normale, ma non lo è.

Queste dittature toccano la nostra coscienza di uomini civili. Se la politica è espressione di quegli elettori, pochi ormai, che per ragioni di greppia vanno a votare, questa politica è marcia fino al midollo. È la politica dell’irresponsabilità diffusa, delle colpevolezze immanenti e non perseguite, di una legislazione paralizzante anche gli uomini di buona volontà.

Non è antipolitica, ma la reazione dell’uomo comune contro un sistema che sembra fatto di gomma americana è la ricerca di una politica fatta per la nazione, non contro il buon senso. La percezione dell’uomo comune è che non funziona più nulla, che nessun politico sia affidabile, che la giustizia sia una farsa e che il Paese vada a rotoli. Forse non è così, ma ci siamo vicini.



Roma, 7 febbraio 2016

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