Roba di lusso


La morte del nostro Ambasciatore in Congo, del suo carabiniere di scorta e del suo autista, dopo un attacco di sei guerriglieri, in un’area tormentata da trent’anni da eccidi e violenze, dovrebbe farci riflettere.

Una riflessione s’impone su tuttala nostra politica estera, una riflessione facile, perché in realtà di politica non ne abbiamo nessuna, tranne che al rimorchio dell’Europa e degli Stati Uniti.

Oggi si parla del Congo, la Repubblica democratica del Congo, già Zaire, già Congo belga, proprietà personale di Alberto I, che vi fece un massacro.

I media parlano dell’Africa, nell’ignoranza totale di ciò che vi accade, un grave fatto di cronaca, come l’assassinio in Somalia di una giornalista italiana e del suo cameraman. Poi se ne dimenticheranno. I media seguono le convulsioni di una politica italiana in tutt’altre faccende affaccendata, le quote rosa, ad esempio, o le tensioni in Ucraina, in Bielorussia, nel Myanmar, l’antica Birmania. Il Venezuela l’abbiamo già dimenticato.

Tutte cose che c’interessano poco, perché sono lontane. L’Africa, invece, è vicina, vicinissima. Al massimo, si parla del Nordafrica (Tunisia e Libia), si è acclarato che in Egitto siamo impotenti e la storia finisce qui.

È un errore fatale. La retorica dell’Italia ponte sul Mediterraneo fra due continenti è logora. Dobbiamo fare i nostri interessi. Sono in Africa, nonostante tutto, perché l’Africa è a due passi da noi, dall’Africa arrivano i prodotti alimentari e le materie prime necessarie per la nostra industria agro-alimentare. Ci preoccupiamo, invece, della Cina e, magari della Corea del Nord e dell’Iran.

Ci preoccupiamo dei diritti umani, roba di lusso, quando decine di milioni di persone sono affamate, prive d’acqua e di servizi igienici e vivono in condizioni spaventose, a due passi da casa nostra. E ci lamentiamo delle immigrazioni in Europa e, soprattutto, in Italia?

Non solo abbiamo dimenticato i nostri interessi vitali, ma li abbiamo lasciati nelle mani delle grandi multinazionali che approfittano del fatto che la schiavitù è una realtà da sfruttare e i ricchi e preziosi giacimenti minerari africani servono solo loro ad arricchirsi, in modo di poter di fatto, con il loro denaro, governare il mondo.

Non è solo colpa nostra, ma di tutti i governi occidentali, che consentono loro di armare milizie mercenarie, di foraggiare regimi, sanguinari con i loro sudditi e imbelli altrove, che depredano impuniti e lodati le ricchezze del continente.

In Africa si muore di fame, di sete, di malattie, si muore di eccidi e di violenza razziale. Pare che non ce ne importi nulla. Dove sono i nostri interessi diplomatici? Di certo, non in Africa.

Il continente che è di fronte alla Sicilia è un enorme vuoto, pieno di guerre civili, di Stati fantoccio, di bande di mercenari. Ribolle di odi razziali e di regimi fragili e spietati, indebitati fino al collo, che sopravvivono grazie alla carità internazionale e alla finzione che sono degli Stati come tutti gli altri.

L’Africa, fatte salve alcune eccezioni, è un’ipocrisia internazionale. Già preda degli Stati colonialisti e ora, in gran parte, della Cina, è un immenso campo di battaglia. Le sue risorse fanno gola a tutti e Francia, Regno Unito e Belgio continuano a esercitare il loro dominio, incalzato dalla penetrazione cinese. Ma la vera forza è nelle multinazionali minerarie e agricole, che da secoli affamano l’Africa. Sono loro i veri padroni del continente. Nessuno riesce a fermarli, perché i governi locali vivono delle loro scarse royalties, la cui gran parte finisce nelle tasche dei vari dittatori di turno, in Svizzera o negli Stati Uniti.

I governi dei Paesi occidentali sono proni ai desiderata delle multinazionali. La tecnologia delle comunicazioni favorisce il controllo del pianeta.

Le grandi reti decidono se un presidente degli Stati Uniti può parlare o no in pubblico (v. caso Trump), vietano l’informativa sul tentativo di controllo della diffusione della musica senza pagamento dei diritti d’autore in Australia (v. Facebook), condizionano le politiche sanitarie del mondo (v. Pfizer e Astra Zeneca).

Lo jihadismo alligna un po’ dovunque, a partire alla Nigeria, il colosso africano che stenta a combatterlo, minato da una corruzione endemica. Lo jihadismo è contro tutto, contro Israele, contro i “crociati”, contro l’Occidente. Dilaga dalla savana al deserto, s’insinua nelle città, esporta i suoi assassini nei barconi, lucra sul traffico di carne umana. Nessuno lo ferma, neppure la mafia cinese. Anzi, si possono fare buoni affari. Il Mali è nelle mani degli islamisti, il Sahara è impercorribile, i suoi tentacoli si allungano sul Ciad, sul Niger, nel deserto algerino e libico, sfiora la Tunisia.

Noi ci preoccupiamo, per un attimo, dei diritti umani violati in Birmania, ma chiudiamo un occhio sull’Africa.

La spedizione umanitaria nel Kivu delle Nazioni Unite è stata fermata da bande di assassini prezzolati non sappiamo da chi. Il nostro Ambasciatore colpevole di dare un po’ di prestigio a questa spedizione alimentare ci ha rimesso la pelle, e con lui altri due uomini, fra cui un nostro carabiniere. Non c’era scorta armata, non c’erano autoblinde o macchine blindate. La carità va armata, difesa, magari pure imposta, ma non così.

Siamo tutti colpevoli di questo eccidio, colpevoli di una politica estera che non esiste, di una presenza italiana, in queste condizioni di palese impotenza, inutile.

Abbruniamo pure le bandiere, doveroso omaggio a chi è morto in terra straniera, ma facciamo anche un atto di contrizione. La nostra assenza è colpevole. La nostra politica estera è in disarmo. Prendiamone atto e cerchiamo di porvi rimedio.

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