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Il duello


Il primo confronto televisivo della settimana scorsa, fra i due candidati alle elezioni presidenziali americane,hasolo leggermente chiarito le varie posizioni.

In vantaggio sembra essere stata la Clinton, ma il distacco non è così forte, Inoltre, l’effetto di questi dibattiti televisivi sulla grande massa degli elettori votanti è ancora troppo debole perché sia significativo.

La grande stampa americana attribuisce alla Clinton un vantaggio di almeno cinque punti, ma si tratta della stampa dell’establishment che non necessariamente rispecchia l’opinione dell’intero popolo americano.

Certamente la Clinton ha una notevole esperienza politica. Dopo otto anni di Presidenza del marito, come first lady, e dopo essere stata Segretario di Stato di Obama (un’esperienza, peraltro, non molto positiva), si muove come un pesce nell’acqua in seno al Congresso ed al Senato americani, conosce tutte le persone più in vista ed influenti del Paese. È vistosamente appoggiata dalle risorse finanziarie dei grandi gruppi di potere americani.

Trump, invece, è praticamente digiuno di politica e, in particolare, di politica estera. Trump impersona il tipico sogno americano dell’uomo ricco (e quindi Dio l’ha benedetto) dell’uomo che viene dall’impresa (e quindi è anti statale), self made man, caratteristico della concezione americana.

Parla di cose che non conosce a fondo e se la cava con delle intuizioni pseudo profetiche che gli consentono di evitare risposte a domande imbarazzanti. A differenza della Clinton, però, egli interpreta non il sistema, ma gli umori dei bianchi protestanti, agricoltori e borghesi, quelli che non sono New York o Chicago o S. Francisco, ma che costituiscono la base, la struttura ossea di un Paese non ancora ispano-americano (ma ci manca poco).

C’è una crisi d’identità nel Paese più grande del mondo e nelle sue palesi contraddizioni: il problema razziale, mai risolto, la crescita degli ispano-americani, la sussistenza della pena di morte, una polizia che spara ad ogni occasione, spesso senza motivo, la violenza dominante, alimentata dall’acquisto incontrollato di armi da guerra, la rabbia degli emarginati, il timore degli attentati islamici (l’11 settembre è stata ed è una grande ferita nell’orgoglio americano).

Appannato il grande sogno dell’Impero multicontinentale, restano le sconfitte diplomatiche e l’arretramento politico in tutto il globo negli ultimi anni.

Le questioni di politica interna sono gravi, ma interessano solo gli Americani. Cosa fare per risolverle è un problema loro.

E’ un problema anche nostro, invece, la futura politica estera americana, perché ci coinvolge direttamente.

Con la Clinton tutto rischia di restare pressappoco come ora. Mediazioni, negoziati estenuanti, perdita del prestigio internazionale. Le stesse alleanze con i Paesi più cialtroni del mondo (basta pagare) o con i Paesi che violano i diritti umani più elementari (Arabia Saudita, Egitto), lo stesso straziante negoziato con l’Unione europea per l’apertura del commercio mondiale (soprattutto americano).

Con Trump, francamente, tutto potrebbe essere messo in discussione. E’ un mistero ciò che si propone di fare se fosse eletto. Ha detto di tutto e poi l’ha smentito: dal grande muro alla frontiera con il Messico alla revisione delle relazioni con l’Unione europea, dalla ristrutturazione se non la soppressione della NATO ai rapporti con Putin, emergente sul piano internazionale, dallo stato di quasi belligeranza con la Corea del Nord alla situazione siriana ed all’alleanza turca.Sono tutte questioni importanti, sulle quali il pensiero di Trump onon c’è o non è chiaro. Però, Trump interpreta la pancia dell’America contadina, protestante e tradizionalista.

Con la Clinton c’è la stasi, con Trump ci può essere tanto un’evoluzione quanto un’involuzione. Ma quale?

In Siria, l’obiettivo americano era quello di far deporre Assad. Per questo è stata finanziata la rivolta contro quel governo. La rivoluzione ha preso la mano, si sono infiltrati gli estremisti islamici, l’ISIS, ed è diventata una guerra a tre,tutti contro tutti. Intervenuti i Russi, Assad è sempre più stabile, il suo esercito, con l’aiuto russo, sta spazzando l’opposizione armata, dell’ISIS non si parla più e gli Stati Uniti stanno pietosamente negoziando un accordo di tregua per salvare il salvabile.

La Libia è l’ennesimo dissesto della politica estera americana, in combutta con la Francia di Holland. Un Paese “somalizzato”, dilaniato da una guerra tra bande, con un Governo imbelle voluto dagli Occidentali e, quindi, dagli Americani, in conflitto con il Generale Haftar, sostenuto dall’Egitto che, a sua volta, si regge in piedi con l’aiuto degli Americani.

Più contraddizioni di così!

Il mondo occidentale europeo, inerme ed in crisi, non potrebbe star peggio.Si premunisce contro gli esiti del disastro Brexit, ha superato a malapena le elezioni ungheresi, aspetta quelle imminenti austriache, francesi e tedesche, evive con incertezza la crisi spagnola e la crescita del dissenso comunitario nei Paesi Bassi,

Certo, per noi, per quest’Italia così fuori dal contesto internazionale, in questo momento è più importante il referendum perabolire, almenoapparentemente, il Senato, oppure cosa farà la Raggi nelle prossime settimane per pulire Roma.

Nel nostro orizzonte, al massimo, come obiettivo finale,se siamo buoni e votiamo Sì, c’è il fantasma del ponte sullo Stretto.

Di questo si parla, non dei grandi problemi che si profilano all’orizzonte. La grande politica internazionale ci passa sopra la testa, mentre continuano gli sbarchi degli emigranti che non vuole nessuno, tranne noialtri.

Non c’è da essere sereni con queste elezioni americane.


Roma, 1° ottobre 2016.

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