Il perdente



Contrariamente ai pronostici, alle simpatie, ai sondaggisti ed alla prevalente opinione pubblica liberal-sinistreggiante, Trump ha vinto e la Clinton è stata sconfitta. Anche in America c’è un baratro fra quelli che pontificano sui media e tutti gli altri.

Cadeuna casta familiare che da decenni ha prodotto solo guai, perde un partito, quello democratico, che non è riuscito a dare il meglio di sé, si frantuma il partito repubblicano, che non ha sponsorizzato Trump sino alla fine e gli si è anche rivoltato contro. La vittoria di Trump ha messo in crisi i vecchi equilibri politici.

Nonostante una campagna elettorale durissima, Trump, al suo primo intervento pubblico dopo l’elezione, ha fatto un discorso pacato molto conciliante, riconoscendo anche i meriti della Clinton. La Clinton ha correttamente preso atto della sconfitta. In un Paese democratico è il primo segno di un trapasso indolore dei poteri. Ma in almeno dieci grandi città americane sono scoppiati disordini. La gente, gli sconfitti, non vogliono Trump.

Questo è un altro segno della profonda spaccatura del Paese. Quando chi democraticamente perde, è sempre perché gli elettori non hanno capito. E’ il vecchio rifugio degli sconfitti ma anche un sintomo del malessere che pervade l’America.

Trump, a loro dire, è razzista, è maschilista, è anti-islamico, è anti–immigrazione incontrollata, è protezionista, è contro la globalizzazione. E’ contro tutti i miti del sinistro ed impotente modo d’essere liberaleggianti in Occidente. Ma ha vinto. Le facce dei commentatori televisivi erano molto tristi. Hanno sbagliato tutto.

Ma a Trump hanno dato voti le donne, i latino americani, i poveri, il ceto borghese che ha sofferto e soffre per la crisi economica, i giovani disillusi, gli oppositori di un sistema che ha sempre più arricchito pochi ed impoverito tutti gli altri. Il successo che ha avuto in Florida è eloquente. La Clinton era il passato. Troppo legata al denaro dei grandi poteri finanziari, dei Gold Sachmans, del Qatar, dell’Arabia Saudita, quello stesso danaro che ha alimentato l’ISIS contro cui formalmente combatte l’America.

Ora si aprono scenari inusitati. In un Paese latino-americano, forse, ci sarebbero deitentativi per sovvertire il sistema. E’difficile che possano esserci negli Stati Uniti, ma l’onda del cambiamento attraverserà il mondo.

Trump ha dato l’impressione d’essere un giocatore molto abile. Aggressività nella competizione, fino ai più bassi livelli, ma equilibrio nella gestione del potere. Si tratta, però, solo di un’impressione.Lo vedremo alla prova.Grandi mutamenti ci dovranno essere nella politica interna.

Sarà abolita la riforma sanitaria voluta da Obama? Davvero si farà il grande muro di 3.000 km auspicato da Trump lungo la frontiera messicana? Chi pagherà? Il Messico, come dice Trump?.Difficile.Quante migliaia di uomini dovranno sorvegliare quel muro?

Ma lasciamo perdere le questioni di politica interna.Sul piano internazionale, dove lo choc è stato totale, ci si chiede che cosa accadrà.

America e Regno Unito viaggeranno, come sempre, sulla stessa direzione. La Brexit ha anticipato la reazione popolare americana.

Che fine farà la NATO? Mistero. Trump ha detto che vuole avere rapporti di collaborazione con tutti, a partire dalla Russia. Toglieremo finalmente quelle stupide e servili sanzioni che hanno ristretto i nostri commerci con Mosca?

Laposizione americana, incerta,difficile ed incostante sulla Siria prenderà un indirizzo più chiaro? Le truppe americane dislocate in varie parti del mondo torneranno a casa?

I rapporti con l’Unione europea si deterioreranno inevitabilmente. Altro che grande zona di libero scambio! Il possibile protezionismo di Trump mette in crisi il processo di globalizzazione che tanti danni ha procurato all’economia occidentale.

Che farà Trump con la richiesta d’estradizione di Gulen, pretesa da Erdogan?

I dossiers americani sono molti e tutti difficili ma Trump ha stravinto anche al Congresso ed al Senato.

Nella partita che si giocherà nei prossimi mesi, tuttavia, se si avvereranno le condizioni di cui sopra, paradossalmente, il vero perdente sarà la Russia.

Cerchiamo di ragionare. Un’eventuale ritirata americana dai vari fronti di conflitto lascia alla Russia campo libero. Non è un affare. Putin dovrà sbrogliarsela con l’ISIS, con la Siria, con la Turchia, con Israele, con la minaccia islamica dentro e fuori le suefrontiere. La vittoria di Trump lascia Putin con il cerino acceso in mano. Il vero perdente, alla lunga, è lui.

Non avrebbe più il suo avversario tradizionale, ma molti altri, divisi, rissosi, pericolosi. L’isolazionismo americano può forse mettere a rischio l’Ucraina, potrà spaventare la Polonia ed i Paesi baltici, se perdono il loro protettore, ma non è pensabile un conflitto per difendere i diritti di Kiev da parte americana.

La Russia è cresciuta con il conflitto diplomatico con gli Stati Uniti, ergendosi a paladina di che? Solo dei suoi interessi. Se resta da sola, dovrà far fronte ad una situazione molto difficile e costosa in termini di uomini e di quattrini. Difficilmente sarà in grado di sostituirsi agli Stati Uniti.

Trump ha proclamato che Gerusalemme è la capitale d’Israele. La finzione di Tel Aviv è finita. Tutti i governi occidentali si piegheranno alle nuove direttive, con buona pace dell’Unesco e del governo palestinese. I servi non conoscono vergogna: ubbidiscono.

Il nostro povero Renzi, che era corso da Obama in soccorso per attestare la fedeltà italiana al prevedibile successo clintonianoora è con le pive nel sacco. Si consola dicendo chenon si può credere ai sondaggi, che hanno fallito tutto. Quindi, se i sondaggi italiani dicono che il NO ha la maggioranza, spera di vincere.

E’ poca cosa, lo sa anche lui.



Roma, 10 novembre 2016.

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