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© 2015 by " MaLu"   - Lazio Opinioni a cura di 90119310564 - 07611765630 - Iscrizione Tribunale di Viterbo n° 02/2007 del 26 marzo 2007 - P. IVA 90119310564

Un amico mi scrive

 

 

 “Scrivo a Te ma vorrei che tutti i corrispondenti sapessero.

                Io ho fatto il giuramento di fedeltà alla Patria quando non andava di moda nemmeno nominarla. Quel giuramento mi vincola ancora che sono un "giovanottone di 72 anni" profondamente deluso e amareggiato?

                Risulta evidente, infatti, che in moltissimi sono venuti meno al giuramento fatto (dai ministri agli insegnanti, dai magistrati agli impiegati del catasto), portando l'Italia a un livello di prostrazione e d’ignavia che non ha riscontro nella storia. Da ciò deriva la mia vergogna a dichiararmi ancora italiano, ora che vivo all'estero.

                Detto ciò Ti chiedo e Vi chiedo: il mio giuramento ha ancora valore e, se sì, a chi devo la mia fedeltà. Per noi soldati già una volta ci si trovò di fronte a una scelta (l’8 settembre). Le conseguenze le conosciamo (guerra civile).

                Possiamo oggi tradire per il bene della Patria e avviare un cruento processo di ricostituzione del tessuto sociale e morale di una Patria ormai solo di facciata e ricordata solo per la partite di calcio? Se rifiuto chi ha salutato i nostri soldati col pugno chiuso (Fico, il 2 giugno 2019) e chi mette un velo ai crocifissi del cimitero, devo essere considerato spergiuro? Vengo meno al mio solenne giuramento se i miei sentimenti nei confronti di chi ha responsabilità di governo, a tutti i livelli amministrativi e politici, è di profondo disprezzo e ribellione?

                Ho la speranza che tutti mi diciate che non si può venir meno al giuramento ma anche che mi sia detto come fare a onorarlo. Devo dire che il mio rammarico è di avere soltanto ... 72 anni e non 27. 

                Un forte abbraccio 

Silvano”

 

            Anch’io vorrei che qualcuno dei miei corrispondenti e amici rispondesse a queste domande, rivelando il proprio disagio. Comincio con la mia risposta.

            Ci sono molte Italie nel nostro Paese e l’Italia di chi mi scrive non è quella buona per principio, ma quella disperata per le contraddizioni in cui vive.  Anche se il mondo è cambiato in un modo che non mi piace, anche se il dibattito politico è inquinato da leggerezze e scandali, certe realtà sono tuttora vive.

            Quando suona l’inno nazionale mi alzo in piedi. Quando sventola una bandiera italiana mi sento a casa mia. Ho l’orgoglio di essere italiano. Posso vivere bene in qualunque Paese del mondo e sentirmene cittadino, ma sono e resto italiano. Non è una colpa. Sono stato educato così.

            Appartengo a quell’Italia che ha tanta storia, tanta bellezza, tanta tradizione che posso anche fare a meno di ricordarmelo, ma tutto ciò è dentro di me e non scompare, anche se sono governato da cialtroni.

            Anch’io a suo tempo ho giurato fedeltà a questa Repubblica, non ai suoi reggitori. La fedeltà è nei confronti di un’idea, di un principio. Gli uomini passano, per fortuna, la storia e i principi restano.

            Gli stravolgimenti politici interni e internazionali hanno portato una rivoluzione dei costumi tale che è difficile accettare certi comportamenti pubblici e il loro degrado nei comportamenti privati.

            Per questo esiste un’Italia della contraddizione, della protesta tacita, dell’accettazione forzata ma ostile a certi comportamenti. Insegniamo ai nostri figli che il lavoro è una benedizione di Dio, che il risparmio dei nostri nonni, liretta su liretta, ci ha permesso di migliorare e di crescere, che solo la qualità è vincente, anche se è un po’ più lenta a emergere delle smargiassate, che occorre aver fiducia nella cultura e nella saggezza di chi è migliore di noi.

            Mi hanno insegnato che un uomo è tale non perché porta i pantaloni, ma perché è in grado di assumersi responsabilità nei confronti di se stesso e di tutti quelli che dipendono da lui.

            Principi, non parole vuote.

            Nell’agone politico e sociale di questi anni tutto ciò sembra fantascienza. Non devi essere bravo, ma devi essere furbo.  Non vali per te stesso, ma solo sei hai un amico potente, meglio ancora se sei in una cosca. Il denaro è tutto, a qualunque costo (euro certo, meglio se dollaro). Il resto non conta.

Si è verificato uno scambio tra l’idea di Dio e della salvazione in cielo e l’idea del Mercato e della salvazione in terra. Esiste una Trinità dominante espressa dal Denaro (il Padre), dal Potere (il Figlio) e dalla Visibilità (lo Spirito Santo). Questi sono i nuovi punti di riferimento dell’uomo moderno. Altri valori, o sono negletti o non esistono affatto.

Ma non posso essere fedele al Mercato, il nuovo Dio che affama la terra. Sono ancora attaccato a un altro Dio, a un’altra Patria, a un’altra idealità.

Per questo è necessario resistere al pugno chiuso di Fico, al Rettore-coniglio, al Magistrato-intrallazzatore, al politico cretino, al Sindaco incapace, ai pacifisti a ogni costo, ai buonisti di turno, ai perdonatori imperanti. Perché esiste ancora una barriera fra il bene e il male, fra il giusto e l’iniquo.

Al mio amico Silvano vorrei dire: non sei solo. Il tuo non è un disagio generazionale. È il disagio di molti che non vivono di telenovelas o di talk-shows, ma che si sforzano di essere uomini coerenti e onesti in una società che dei valori ha fatto strame. Ma sono loro in torto. Passeranno, passeremo anche noi, ma le idee sopravvivono agli uomini, alle loro menzogne, ai loro interessi di bottega, alle loro farneticazioni.

            Questa non è facile retorica nazionalista e neppure nostalgia dei bei tempi andati, che poi non ci furono. È la necessità di una riscossa morale sempre più urgente per arrestare il degrado della nostra società civile. Dobbiamo resistere all’incultura imperante, all’accettazione di schemi di vita contrari al buon gusto e al buon senso, dobbiamo opporci con le armi della ragione alla distruzione del nostro patrimonio comune.

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