Sovranisti per ghetto


Stavolta l’hanno fatta grossa, gridando al lupo, al lupo. A furia di dire scempiaggini, i politici improvvisandosi medici e i medici improvvisandosi scienziati e politici, i commentatori televisivi e i giornalisti di grido ci sguazzano, con il tipico ardore italico della ricerca del pelo sull’uovo.

Il fatto è che, invece, siamo a un guado difficilissimo, da sovranisti per boria trasformati in sovranisti per ghetto. Non ci vogliono, nel mondo, perché siamo i nuovi untori di un virus che non si conosce.

Dato l’allarme, con una ventina di ammalati, si è ricorsi a un metodo nuovissimo, imitando il governo cinese: quarantena per 50.000 persone, esattamente come si faceva nel Medioevo. Poi, poiché siamo più furbi di tutti gli altri, siamo andati noi a caccia del virus, scoprendo che siamo il focolaio europeo dell’infezione.

Adesso, che l’infezione si propaga e i contagiati sono più di mille, ci poniamo il problema di sopprimere la quarantena perché ai danni economici di un provvedimento così insensato non ci aveva pensato nessuno.

Il danno, però, è stato fatto. È un classico della politica nazionale: chiudere le stalle quando i buoi sono già usciti.A fronte di un’emergenza sanitaria mondiale i problemi italiani sono modesti. Questioni di fondamentale importanza, come la prescrizione, che hanno dilaniato per mesi la politica nazionale, sono scomparse. I veri problemi economici sono rimasti insoluti (Alitalia, ex ILVA,Whirpool e così via) e a questi se ne aggiungono altri, se possibile, ancora più importanti.

È in gioco l’intera economia produttiva italiana. Non parliamo, poi, del turismo. Gli alberghi chiudono, le prenotazioni sono annullate, le agenzie sono vuote, gli eventi sportivi e sociali sono sospesi o soppressi, le scuole sono chiuse. I treni veloci per il nord viaggiano vuoti. Nelle campagne non lavora più nessuno. La gente ha paura, anche i braccianti, anche i disperati intruppati dai “caporali”. Anche i camionisti. Progressivamente, si chiudono i voli per l’Italia. Ultimi a farlo, la Turchia e gli Stati Uniti.

Il nostro famoso Servizio sanitario nazionale boccheggia: mancano i medici, mancano gli infermieri, difettano i posti letto, s’improvvisano delle tendopoli sanitarie. Funziona, grazie all’impegno straordinario del personale sanitario, ma comincia ad essere asmatico.

Può sembrare un paradosso: il cuore produttivo del Paese è fermo mentre nel Meridione il contagio è ancora effimero. Buon per loro, ma il panorama è tragico per tutti. Gridare l’allarme e vantarsi di essere stati i primi della classe nel farlo è stato fatale. La psicosi da contagio c’è crollata addosso.

Purtroppo, poi, il mondo va avanti lo stesso, con le sue scempiaggini tragiche, ma la dimensione della gravità dei nostri problemi non deve farci dimenticare o non considerare ciò che sta accadendo sul pianeta.

Al momento, per gli Stati Uniti, sono più importanti le elezioni del Presidente che l’infezione. In fondo,se la Cina è nei guai, va bene per Washington, almeno finché il virus non si espanderà creando gli stessi problemi che abbiamo noi. Anche lì non sono pronti a fronteggiare il contagio.

Giappone e Corea del Sud sono nei guai. L’infezione paralizza questi due Paesi. E la Corea del Nord? Nessuno ne parla: brutto segno.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’OMS, si preoccupa dell’Iran. Là pare che il contagio abbia già causato centinaia di morti. Le strutture sanitarie in loco sono pessime, aggravate da un embargo ventennale. Il sogno militar-nucleare ha prosciugato le risorse del Paesee al virus non gliene importa nulla delle ambizioni degli ayatollah.

La Turchia agita i suoi spettri su un equilibrio politico instabile, muovendosi con troppa disinvoltura fra alleati di ieri e nemici di oggi, ieri con i Siriani, poi contro i Kurdi, oggi contro i Siriani, con la benevola assistenza dei Russi ma strizzando un occhio alla Nato di cui fa parte, perché non si fida di Putin e delle sue fin troppo buone relazioni con l’Iran.

Dove vuole andare Erdogan? In Siria? In Libano? In Libia? Cerca la protezione della Nato perché non si fida dei Russi, ricatta un’Europa inesistente spingendo alle sue frontiere decine di migliaia di profughi verso la Grecia e la Bulgaria. Lascia aperte le frontiere per un esodo biblico. La sua politica estera si fa con la pelle dei profughi.

Dove andranno queste masse di disgraziati che fuggono dalle bombe turche e siriane per incontrare i lacrimogeni e le barriere di filo spinato greco-bulgare?

Il caso italiano è una goccia in un mare di problemi per l’economia mondiale. Dal contagio, se si svilupperà progressivamente un po’ dappertutto, deriveranno cambiamenti importanti, perché sono in gioco gli equilibri geopolitici cui eravamo abituati, anche se molto instabili.

La Cina, la seconda grande potenza industriale del mondo, è a pezzi, checché ne dicano i comunicati governativi. Il prodotto cinese non è più ambito, anche se costa quattro soldi. Ma la Cina non produce solo chincaglierie.Là si sono trasferite le industrie occidentali, attratte dalla convenienza dei bassi salari, dell’inesistenza di regole severe sul mercato del lavoro, dalla mancanza di standard igienico-sanitari, dalla disinvoltura in materia di protezione ambientale. Tutto ciò che producono, a partire dai pezzi di ricambio fino alle forniture elettroniche di eccellenza, ora, è cinese e segue le sorti del blocco attorno alla Cina.

Di conseguenza, rischia di fermarsi l’industria occidentale le cui principali componenti sono prodotte in Cina(v. Mercedes). Chi di globalizzazione colpisce, di globalizzazione perisce. Altro che via della seta!

La maledizione del viruscolpisce tutti, si traduce in un fermo produttivo che aggrava le tensioni già esistenti, e gravissime, sul mercato del lavoro. La crisi finanziaria di giorno in giorno si estende come una ragnatela velenosa sul mondo delle imprese e sugli Stati. Le Borse sono lo specchio della fiducia. Ogni giorno vanno sotto e perdono colpi. Gli investitori continuano a vendere.

Questo è lo scenario internazionale. Va da sé che quello nostrano è altrettanto preoccupante. La piccola e media impresa, che è il nocciolo duro del settore produttivo nazionale, se continua così, entrerà in agonia. Non si tratta d’essere pessimisti, ma solo realisti.

Se il governo s’illude con qualche miliardo a debito in più di fermare questo trend negativo, che è soprattutto mancanza di fiducia nelle istituzioni, siamo messi proprio male. Invertire questa tendenza sarà enormemente costoso per tutti e non saranno certo le procedure che inventerà il nostro governo a facilitare la ripresa, questa fata morgana che appare e scompare dalle labbra dei nostri politici.

Siamo alle soglie di una vera rivoluzione.

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